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Rinnegato dall’ombra del totem

Storie accosciate

di Pietro Francesco Lo Cicero

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Caro lettore, perdonami la confidenza ma pare sia questo il costume, ti offro una riflessione che mi auguro proprio, non debba fare tua. Ad Appio Caludio il Cieco (fine del terzo sec. ac, vedi anche via Appia), Sallustio, storico del primo sec. ac attribuisce il motto “faber est suae quisque fortunae” attribuzione incerta e soggetto sottointeso, tradotto in “Ciascuno è artefice della propria sorte”.

Dalle storie che leggerai comprenderai come io, avendo incontrato personaggi cui molto più che il letame è stata la grandine a decidere del raccolto, ritenga spesso una finta certezza tale affermazione. Né mi è proprio il fatalismo del tipo se deve accadere accadrà comunque, no! L’evento catastrofico conseguenza delle alterazioni della troposfera, figlio della mano opportunista e miope dell’uomo che persegue la deforestazione, non limita immissione di ciodue nell’aria, né l’uso sconsiderato degli spry che forano lo strato di ozono nostro protettore di radiazioni UV-C ed UV-B che scompongono e ricompongono ossigeno, non mi responsabilizza sul “faber suae quisque” fortuna essendo vittima non carnefice.

Eccomi al TOTEM.

Gli ubriachi, i matti ed i poeti sono indenni dalla cattiva e dalla buona sorte perché essi sono la sorte cui affiancano all’uopo altre sorti che spadroneggiano, che rovesciano lasciandoci annaspare nello sconforto della incomprensione, del dubbio di non riconoscere la verità anzi la realtà.

Loro conoscono gli spiriti che albergano nel Totem, quelli che si confondono con le radici, quelli che si sono appropriati delle ali, quelli che hanno creduto essere il continuum. È in lui che noi eravamo fratelli di lingua, di segni, di silenzi, di orizzonti, di luna.

Il mio totem, quello che ha nell’ombra le tacche delle lune che mi sono state date, ha scoperto il pragmatismo che mi satura. Mi ha negato l’abbraccio scavato da sgorbie e scalpelli, lo ha trasformato in morsa, prigione, ha scrollato le ali; mi ha spaventato con pelli percosse, ha partorito fantasmi antropomorfi, negato l’ombra per non giudicarmi traditore. Saranno gli eventi, non i personaggi, i protagonisti delle storie costrette alla narrazione, all’ascolto ritualmente accosciate.

Non sono stato chiaro? È ancora buona l’opzione vai alle storie.

 

BIO:

Pietro Francesco Lo Cicero

Nato nel 1950, pesci, di Udine, ha sempre creduto nella propria immortalità, smentito clamorosamente, tenta di rimediarvi scrivendo dal quanto ai quanti, dal verso ai versi, compiacendosi della dicotomia, forse dualità, o meglio convivenza: umanesimo-scienza-edonismo-logica che ha riassunto nello pseudonimo GIANO concedendo, con discontinuità, spazio all’inchiostro per prosa e poesia, spazio alla grafite per la progettualità.

Dopo lo scientifico, architettura a Venezia (Cannaregio, Marghera, la Salute); poi amministrativo. Felice sposo: Luciana (boa, ancora, colonna portante, garante della sua sopravvivenza), felice padre: Michelle e Massimiliano, dichiara incompatibilità con: acqua => mt. 1,60, aracnidi, ipocrisia, incompetenza; ha la passione oltre a tutto il resto, per arte su carta, su tela, su tavola, di pietra, di legno, di metallo; per la penna stilografica con inchiostro turchese.

Prezzo: 15,0010,50
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Autore
Rilegatura
Brossura
Pagine
140
Isbn
978-88-7772-297-3
Illustrato / con foto
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