fbpx

Blog

Anche in cucina si può scoprire la Storia

Carlotta Kovatsch

Carlotta Kovatsch è nata nel 1987 a Udine. Dopo gli studi superiori al Liceo Scientifico G. Marinelli di Udine, decide di seguire la sua passione per l’arte iscrivendosi alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Udine, dove consegue la Laurea Triennale in Conservazione dei Beni culturali con la tesi “Il Crocifisso mobile di Pontebba. Storia e restauro” (A. A. 2007-2008) e la Laurea Specialistica in Storia dell’Arte e Conservazione dei Beni Artistici e Architettonici con dissertazione “Il culto per il Santo Sepolcro nel Patriarcato di Aquileia. Gli esempi di Gemona e Venzone” (A. A. 2010-2011). Durante gli studi universitari vuole comunque lavorare e, dopo un’esperienza come commessa, decide di intraprendere la carriera del padre come agente di commercio nel settore biomedico. Dopo anni di “gavetta” nel 2016 si ritrova a lavorare come Sales Account Specialist, con mandato diretto, per importanti aziende multinazionali del settore medicale. Ferma nella convinzione che “non bisogna mai mollare”, continua a coltivare ed accrescere le sue conoscenze in ambito storico artistico: nel 2015 realizza assieme a due sue compagne di studi il blog “VieniCheTiPorto”, con l’intento di accompagnare il lettore in un “viaggio esperienziale”, alla scoperta (o riscoperta) delle incredibili bellezze del Friuli Venezia Giulia. Da questo progetto di valorizzazione del territorio regionale nasce la partecipazione alla realizzazione con l’Accademia Italiana della Cucina del volume “Luoghi e storie di gusto nel cuore dell’Europa”. Nell’aprile 2018 inizia a collaborare come aspirante giornalista al mensile “Top Taste of Passion. Cibo e cultura”. Dall’agosto 2020 è iscritta all’Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia, elenco pubblicisti.    
20 Novembre 2020

Anche in cucina si può scoprire la Storia

 

 

Anno 2014 – è giunta l’ora di “passare il testimone”!

 

Vi chiederete di quale testimone stia parlando… Ebbene… del ricettario protagonista del mio libro e che spero avrete il piacere anche voi di avere tra le mani!

Proprio in quell’anno ho scoperto vigere nella mia famiglia un’antica tradizione che si protrae da “nonna a nipote”: come il libro fu donato a mia nonna da sua nonna, così anche io sono stata destinata a questo passaggio.

Nell’aprire la copertina rigida e rovinata di questo ottocentesco cimelio di famiglia, interamente scritto in gotico-tedesco, rimasi affascinata dal titolo: “810 pietanze a base di patate”.

Spinta dalla curiosità, ho deciso di cimentarmi nell’ardua traduzione ed in una più approfondita ricerca storica, fatta anche di ricordi di famiglia.

Risultato? Inaspettato: il libro ereditato non solo custodisce antiche ricette di valore storico, ma è esso stesso un vero e proprio “testimone della storia” e della vita di tre personaggi, in un modo o nell’altro legati tra loro.

 

Titolo in lingua tedesca del ricettario

 

E così, tra “una ricetta e una ricerca”…

 

tra zuppe, primi, secondi, dolci e molto altro, ho “sfornato un delizioso antipasto… di STORIA”, i cui ingredienti principali sono tre personaggi: la mia trisavola di origini viennesi Leopolda Neubauer la quale, a causa di una serie di vicissitudini, fu costretta ad abbandonare gli studi universitari per cercare lavoro.

 

Foto della trisnonna Leopolda Neubauer

 

 

Grazie alla sua formazione, riuscì ad entrare alle dipendenze di uno dei funzionari della corte asburgica più insignito, il Cavaliere Claudius Alexander von Klaudy (Direttore delle Ferrovie Imperiali e macchinista personale dell’Imperatore Francesco Giuseppe).

Villa Klaudy a Gorizia – foto di proprietà del Circolo Fotografico Isontino

 

 

Giunto il momento di ritirarsi a vita privata, il Cavaliere von Klaudy decise di trasferirsi assieme alla moglie Josefine Waginger nella sua villa a Gorizia (attuale via Don Bosco 28); con loro partì anche la trisnonna Leopolda, che rimase alle loro dipendenze fino alla morte del Klaudy avvenuta l’8 febbraio del 1903.

Come riconoscimento per i servigi prestati alla nobile famiglia, la trisnonna ricevette in dono diversi oggetti appartenuti al Cavaliere, tra i quali un suo ritratto e il ricettario protagonista del mio libro.

Ritratto inedito del nobile Cavaliere von Klaudy

 

 

Terzo “ingrediente” principale è la scrittrice praghese Hanna Dumek, la vera autrice del ricettario.

In realtà, ci sarebbe un altro personaggio, enigmatico, ma non voglio svelarvi troppo…!!!

 

Ritratto di Hanna Dumek presente nel ricettario in lingua tedesca

 

Posso dirvi che con Hanna ho “parlato” a lungo – anzi, cosa dico – molto a lungo; delle sere capitava che mi arrabbiassi con lei per certe sue dimenticanze che mettevano in dubbio la mia traduzione.

“Mi raccontò” cosa la spinse a scrivere un libro con ben 810 ricette a base di patate e/o farina di patate: tutto ebbe inizio nel 1874, quando partecipò all’Esposizione Agricola di Moravičany (comune dell’attuale Repubblica Ceca) organizzata dal marito agronomo Josef Dumek, per celebrare il centenario dell’arrivo delle patate nelle terre della Corona Ceca.

Durante questo evento, Hanna espose circa 70 piatti da lei stessa preparati. L’evento riscontrò un successo tale da spingere molte donne dell’Impero ad inviarle le proprie ricette; così Hanna decise di raccoglierne 516 in una prima edizione in lingua ceca, pubblicata nel 1880, alla quale seguì l’edizione in tedesco del 1894 – l’edizione protagonista di questo mio libro -, arricchita con ben 810 ricette.

Hanna “mi confidò” che dopo questa pubblicazione divenne – come usiamo definire noi oggi – una “influencer” del suo tempo, molto attiva come collaboratrice di riviste di cucina e famosa in tutto l’Impero come autrice di libri di cucina.

 

Insomma, la ricerca ha rivelato l’importanza ed il valore storico del ricettario ereditato dalla nonna, che con questa mia pubblicazione ho voluto rendere accessibile a tutti coloro che amano il connubio storia-arte-cucina.

 

Un viaggio nella storia, alla scoperta di gusti mitteleuropei…

Come Ulisse ebbe i suoi compagni di viaggio, io ho avuto i miei: l’esperto enogastronomico Bepi Pucciarelli, che ha curato il lavoro aiutandomi a sciogliere un inatteso enigma finale, la Prof.ssa Rossella Fabiani, storica dell’arte, i cui insegnamenti universitari improntati alla ricerca storica mi hanno spinta a contestualizzare l’antico cimelio di famiglia. Ultimi, ma non per importanza, l’editore Giovanni Fulvio Aviani che, assieme alle sue colleghe Francesca Carnevale ed Elisa, ha reso possibile questo “viaggio”, rendendolo concreto e disponibile a tutti i lettori appassionati.

 

Buon appetito!

 

Oltre a quelli delle ricette di Hanna (dalle zuppe e salse a base di patate, ai piatti di carne e pesce in cui le patate fanno da accompagnamento, fino ad arrivare alla pasticceria) i lettori potranno gustarsi anche i sapori e i profumi di un pezzetto della nostra storia.

 

Il capotreno del kaiser prese casa a Gorizia

Il Cavaliere von Klaudy

 

 

 

Lascia un commento

Questa sera verrà il bello! La decimazione di Santa Maria la Longa. Brigata Catanzaro

Giulia Sattolo

  Giulia Sattolo, nata nel 1980 è originaria di Santa Maria la Longa. Nel 2006 ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo storico – moderno con la tesi La fucilazione della Brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa. Storia e memoria che ha riscosso un notevole interesse fra gli storici ed è stata presentata in diverse località sia a livello regionale che nazionale. Già assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Lingue Letterature, Comunicazione, Formazione e Società (DILL) dell’Università degli Studi di Udine per il progetto Repubblica della Carnia 1944. Turismo della memoria, è stata coordinatrice storica della mostra sulla Grande Guerra a Cividale del Friuli Frammenti di Memorie. Cividale del Friuli e la Società Operaia durante la Prima Guerra Mondiale. Ha realizzato diversi studi riguardanti sia la violenza e gli stupri di guerra perpetrati alle donne durante il primo conflitto mondiale sia ai figli della guerra ed agli orfani di guerra. Argomenti che attualmente tratta in diversi convegni e in trasmissioni radio. Ha collaborato con la rivista «ID. Informazione Difesa del Ministero della Difesa» con due saggi storici: Gli orfani della Grande Guerra in Friuli e nella Venezia Giulia e I ragazzi del ‘99 editi poi in Grande Guerra. Un racconto in cento immagini, Stato Maggiore della Difesa, Roma, 2018. In qualità di esperta storica della rivolta seguita dalla decimazione e dalla fucilazione della Brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa avvenuta il 16 luglio 1917, ha partecipato al docufilm Non ne parliamo di questa guerra, per la regia di Fredo Valla, prodotto dalla casa di produzione cinematografica Nefertiti Film. Attualmente è coinvolta negli eventi commemorativi indetti a livello regionale per commemorare il centenario della Grande Guerra e tiene diverse serate storiche e partecipa a convegni in cui presenta i suoi lavori di ricerca.      
3 Giugno 2020

Questa sera verrà il bello!

La decimazione di Santa Maria la Longa. Brigata Catanzaro

 

 

L’estate del 1987…

 

Il mio legame con la Brigata Catanzaro risale a molti anni fa e ha dell’incredibile. Sono originaria di Santa Maria la Longa che è ancora il mio paese.

Era l’estate del 1987: la mia prima estate in cui sapevo leggere e scrivere.

I nonni abitavano nella grande casa di fronte alla colonna della Berlina, dove da una parte si va verso la chiesa e dall’altra passa la strada statale, poco lontano il vecchio mulino. Di lato il torrente detto Brentana.

Quell’estate dai nonni non c’era solo la magia di cucinare assieme la nonna Aurora, preparando il pane con lei, non c’era solo il profumo delle verdure raccolte la mattina presto nell’orto, non c’erano solo i giochi con il mio amato cagnolino Pippo, ma mi attendeva anche qualcos’altro.

Nel frattempo tutto quello che si poteva leggere, io lo leggevo ed ero fiera nonché orgogliosa di aver imparato. Un giorno trovai una rivista dal titolo Storia Illustrata risalente al 1981 che, sulla copertina riportava il titolo Soldati che si ribellano sono fucilati a Santa Maria la Longa.

Iniziai subito a leggere, non capivo proprio tutto, ma la data era quella del 1917…Settanta anni prima…Lessi bene l’articolo dettagliato realizzato del giornalista Antonio Pitamitz il quale, all’epoca, venne in paese a documentarsi. Intervistò anche due persone che la guerra l’avevano vissuta e che volevano parlare di questo tragico fatto. Avevo appreso che questi soldati erano a riposo nei baraccamenti lungo la statale, si spidocchiavano nei fossi, molto probabilmente lungo il Brentana, e che vennero fucilati nel cimitero civile di Santa Maria la Longa dedicato a “Santa Cecilia”. Non si conoscevano i nomi di questi soldati.

Sconosciuti volutamente dimenticati.

Per arrivare al cimitero, se si giunge dalla statale ma anche dalle altre strade, bisogna per forza passare davanti alla casa dei nonni. E il Brentana è lì…

Subito sono corsa dalla nonna per chiederle se lei sapesse qualcosa. Lei, classe 1921, non era ancora nata nel 1917 ed era originaria di un paese di un comune limitrofo che è il primo paese abitato dopo il camposanto: Merlana di Trivignano Udinese.

Quante coincidenze!

In cucina, dove regnava il profumo del sugo del pomodoro con il basilico, sono andata con la rivista aperta sulle pagine interessate. Le ho mostrate alla nonna e le ho chiesto cosa fosse successo, chi fossero questi poveri signori ma soprattutto: perché?

La nonna mi guardò e mi disse: “La guerra è brutta. Ed è guerra. Non è altro. Nini.”

Io però richiesi: “Ma chi sono questi signori?”

Lei rispose: “Questi signori sono povera gente mandata a morire.”

Allora, prima di chiudere la rivista, arresa e spiaciuta, dissi: “Nonna, ma perché non si sanno i nomi. Perché qui dicono che nessuno ne ha mai parlato? Poveri questi signori…Un giorno sapremo, vero nonna chi sono?”

Lei mi guardò dritta negli occhi e, con il suo stile che solo chi l’ha conosciuta sa, fra l’amorevole, il deciso e fra chi possiede una forte sana fede, mi disse, come sentenziando:

“Nini, la verità esce sempre. Vedrai che un giorno si saprà tutto. Non ti preoccupare.”

E da quel momento partì il mio legame con i miei ragazzi, i miei fanti della Brigata Catanzaro.

L’avvio delle ricerche storiche

 

Nel 2003, in vista della tesi prof. Umberto Sereni, Ordinario di Storia contemporanea presso l’ateneo di Udine, mi chiese durante un colloquio (sapendo bene dove risiedessi) cosa fosse accaduto a Santa Maria la Longa durante la Grande Guerra. Candidamente, elencai principalmente la presenza di due poeti Ungaretti e D’Annunzio. Ma lui incalzava.

Nel mio animo in realtà pensavo: “Davvero il prof. mi sta chiedendo quella vicenda?”

Dopo un po’ di esitazione gli dissi, pensando pure di sbagliare, dei fatti della Brigata Catanzaro avvenuti a Santa Maria la Longa nel luglio del 1917.

E lui immediatamente mi disse: “E le pare poco?”; infine mi chiese cosa sapessi di quei tragici fatti.

In realtà non sapevo molto ma, le pagine di Storia Illustrata erano ben impresse nella mia mente. Timidamente gli accennai di quel poco che conoscevo; gli raccontai brevemente di come avessi avuto modo di apprendere quelle notizie da quella rivista storica che lui conosceva benissimo.

Mi disse che proprio da lì bisognava partire.

Iniziai, in tale modo da quel momento, a condurre le ricerche storiche che furono un cammino lungo ed irto di ostacoli necessari per ricomporre la storia della famosa rivolta della Brigata Catanzaro avvenuta a Santa Maria la Longa la notte fra il 15 ed il 16 luglio 1917, conclusasi tragicamente con una fucilazione sommaria e con una decimazione.

 

I motivi della rivolta

 La rivolta non fu di stampo politico o un rifiuto di tornare al fronte.

Anzi, la Brigata Catanzaro fu fra le più valorose: si meritò motu proprio del Re due medaglie una d’oro e l’altra d’argento; fu sempre in prima linea e sempre sacrificata.

Le licenze non venivano concesse da troppo tempo, le condizioni dell’esercito erano disumane e la vita di trincea era un vero e proprio Inferno in terra: un logoramento spietato della mente e del corpo.

I fanti chiedevano solamente un periodo di riposo che, per un’altra volta venne promesso e per l’ennesima volta non fu mantenuto.

Il motivo principale della rivolta fu questo. Si racconta che poco prima dell’inizio della sommossa i fanti, in paese, andavano dicendo: Questa sera verrà il bello! Da qui il titolo del libro.

Un esercito di uomini sottratti alla loro terra che videro la loro vita stravolta e calpestata; uomini costretti ad impugnare un fucile per combattere una guerra voluta dagli Imperi dalle mire espansionistiche, dai grandi industriali e da chi temeva che, un giorno mai, chi fosse leggermente istruito si potesse affiliare alle file del socialismo e facesse una rivoluzione. Una guerra che doveva essere lampo, ma dove invece i giorni diventarono settimane che si trasformano in mesi e che mutarono in anni. Il conflitto assunse ogni ora di più i contorni di una strage, di un massacro, di uno sterminio umano: una guerra logorante di trincea.

Giorni trascorsi nel fango, con i topi e i pidocchi, con i cadaveri dei tuoi amici che ti fissano e tu impotente che non puoi fare nulla. Lontano da tutto e da tutti. Un’alienazione totale che distrugge e che annienta. Attendere ordini per partire all’assalto per conquistare pochi metri di terra.

I fanti della Brigata Catanzaro che a Santa Maria la Longa persero la vita furono 28. Ma contrariamente a quello che si è detto per troppo tempo i fucilati sono 16 e 12 sono i morti durante la rivolta.

Dopo molte ricerche, si è concretizzato l’obiettivo di ridare un’identità ai fanti che vennero fucilati. Per quasi un secolo ci sono stati solo corpi senza nome e nomi senza corpo.

Di questo ringrazio il mio carissimo e stimatissimo amico, lo storico Mario Saccà di Catanzaro che, un anno dopo la conclusione dei miei studi è riuscito a trovare i nominativi dei fucilati.

Ora, dopo un secolo, è arrivato il momento di levare loro l’onta ingiusta di traditori, disertori riabilitandoli, ridandogli la loro dignità e il rispetto dovuto.

E’ importante non dimenticare quanto accaduto un secolo fa. Ricordare, capire, commemorare, portare la memoria affinché non accada mai più. Questo è il primo passo che tutti dobbiamo fare. Essere grati a tutte queste persone, perché prima che soldati sono stati esseri umani che si sono ribellati coraggiosamente ad un sistema malato ed ingiusto.

 

Questa sera verrà il bello!

La decimazione di Santa Maria la Longa. Brigata Catanzaro

Link al libro: https://www.avianieditori.com/prodotto/questa-sera-verra-il-bello-la-decimazione-di-santa-maria-la-longa/

 

Altri link:

https://www.oltreconfine-ww1.eu/16-luglio-1917-la-fucilazione-della-brigata-catanzaro-a-santa-maria-la-longa/

 

Questa sera verrà il bello!

La decimazione di Santa Maria la Longa. Brigata Catanzaro: l’evento

La decimazione di Santa Maria la Longa. Brigata Catanzaro:rassegna stampa

 

Lascia un commento

“Sensi”

Federica Anastasia

Psicologa, libera professionista, in attivo collaborazioni con l’Università di Trieste in attività di ricerca e orientamento. Si occupa di violenza su donne e minori, violenza assistita ed impatto sulla salute, separazioni, ruolo dei servizi nell’affido dei/delle minori in situazioni di violenza domestica e molestie sessuali, comunicazione, orientamento, valori e talenti.
6 Marzo 2020

Sensi

Psicologa, per scelta, d’anima, artista che si muove tra le pieghe della vita esplorandone il senso.

Questo potrei dire me e se ci penso bene, la carta e la penna hanno sempre fatto parte di me.

Fin da piccina, un biglietto, un foglio di carta e parole che cercano la strada, erano fedeli compagni di vita. In quel luogo sacro mi sentivo al sicuro, mi sentivo di poter essere me, da cui poter vedere il mondo da un’altra prospettiva.

Passando dagli auguri, a frasi per eventi speciali, commissionati anche da amici, fino ad arrivare ai versi. Versi tenuti per molto tempo celati, per paura, per vergogna o forse perché non sapevo esattamente cosa volesse dire far uscire la propria voce e in quale modo farlo.

Poi, d’un tratto, prendo il coraggio tra le mani e mi espongo un po’, nel dedicare versi ad orecchi che, però, purtroppo, non sapevano ascoltare. Da lì…per un lungo periodo, la mia mano si era chiusa, non riusciva più ad accogliere e raccogliere le parole che arrivavano, muri e dighe alte si erano frapposti fra lei e la scrittura.

Chiuse dentro, eppure mai spente fino in fondo, le parole vagavano, senza sapere ancora quale sarebbe stata la loro direzione finale.

Un giorno…anzi il giorno direi, d’improvviso, è arrivato.

Ti accorgi, quando lo vivi, quando chiudi i cerchi del passato, quando metti pienamente la parola fine a posti che, in fondo, non sono mai stati i tuoi, a sguardi che, in fondo, non sono mai stati quelli del tuo popolo, della tua gente.

Ti accorgi, che mettendo FINE a cerchi chiusi fuori, stai mettendo INIZIO forte dentro.

Proprio lì, tra le pieghe della fine e del nuovo inizio, la mano ha ricominciato a scrivere, a sentire tra la pelle e il sangue, quella voglia irrefrenabile di far uscire le parole. Come se il tempo non fosse passato, quasi sentendo un’urgenza nell’esprimere, con una nuova consapevolezza dentro. La consapevolezza che ora, ciò che arrivava non poteva più essere tenuto per me, non poteva più essere celato, come un talento che viene seppellito nella terra, ma va condiviso, dato al mondo, investito per poi moltiplicarsi, nel suo andare e tornare.

Da allora, parole e versi hanno ripreso a viaggiare dentro ed attorno a me, definendo un viaggio che ha preso, poi, la forma di un libro.

https://www.libreriauniversitaria.it/sensi-anastasia-federica-aviani-aviani/libro/9788877723055

Un libro che unisce non solo un animo, ne unisce tanti, e mettendo insieme scrittura e pittura, forse, potrei dire, che unisce il “discorso sull’anima” (psicologia) meglio di molte altre forme.

Un viaggio nel viaggio, che si espande e tocca luoghi vicini e lontani.

Una chiave, che nella psicologia è anche via di sublimazione, raggiungibile per tutti anche per quelle voci che pensano di non avere più spazio. Senza limiti di età, tempo e confini, la scrittura può essere canale per contattare parti di sé profonde, più o meno conosciute, con un tocco di sentire che diviene la firma personale di ognuno sulla propria tela.

Così, proprio tra le pieghe di un libro…del libro…tra le pieghe di Sensi, ho sentito profondamente quanto tutto questo merita il suo spazio tempo ed energia, quanto lo spazio dato all’arte in noi e fuori di noi, è nutrimento buono per l’anima nostra e di chi ci circonda.

Potrei definire tutto ciò come “un grande amore” che c’è nella mia vita e così sarà.

 

fbt

Email: [email protected]

Questa la mia pagina facebook:

https://www.facebook.com/Anastasia-Federica-108268697275215/?modal=admin_todo_tour

Sensi

Libri correlati

Lascia un commento

La FERRIERA di Trieste

Barbara Belluzzo e Andrea Rodriguez

Barbara Belluzzo, nata a Portogruaro nel 1978, è laureata in Scienze Politiche e ha conseguito la specializzazione in Relazioni Internazionali. Risiede da diversi anni a Trieste. Nel 2002 ha pubblicato per L’Harmattan Italia “Il Camerun contemporaneo” tratto dalla sua tesi di laurea. Dopo una breve esperienza di attivismo politico, si è dedicata al tema della Ferriera. Andrea Rodriguez, nato a Trieste nel 1969, si è occupato per quasi quindici anni di musica, cultura e intrattenimento, contribuendo alla creazione e alla gestione di importanti locali e circoli associativi. Nel 2015 ha dato vita insieme ad altri cittadini al Comitato 5 Dicembre – Giustizia Salute Lavoro, per occuparsi direttamente della questione Ferriera.
20 Novembre 2019

 

Nonostante la provincia di Trieste sia da anni in cima alle classifiche nazionali per il tasso di incidenza delle malattie tumorali del polmone, la popolazione continua a subire gli effetti dell’inquinamento prodotto dalla Ferriera  (https://it.wikipedia.org/wiki/Ferriera_di_Servola), distante appena tre chilometri dal centro cittadino.

 

Perché le persone non si sono ribellate fino in fondo ma hanno continuato a
sperare che fosse qualcun altro a risolvere la questione della sua chiusura?

Perché nemmeno la paura di veder minacciata la propria salute è servita a creare un movimento di dissenso capace di costringere le istituzioni ad assumersi la responsabilità del problema e a rispettare le promesse fatte?

A queste domande gli autori tentano di rispondere attraverso il racconto della
propria esperienza di lotta e l’analisi di quanto fatto per la chiusura e la
riconversione dell’Area a Caldo.

 

“In questo libro abbiamo cercato di raccontare quattro anni di esperienze e
riflessioni del Comitato 5 Dicembre

(https://www.facebook.com/comitato5dicembre/), nato nel 2015 per chiedere la chiusura dell’Area a Caldo della Ferriera di Trieste. È un racconto sincero di come si sono svolti i fatti e dello spirito e degli ideali che fin dall’inizio ci hanno mosso in una battaglia titanica.

L’esperienza fatta e gli insegnamenti che ne abbiamo tratto ci hanno portato a riconsiderare la consistenza della volontà popolare.

Per arrivare velocemente all’obiettivo è necessario poter contare su una massa di persone veramente motivate, disposte a fare sacrifici e accettare rischi, capaci di superare personalismi e differenze di vedute per il bene della causa, consapevoli della responsabilità collettiva nella scelta dei rappresentanti politici e del diritto di noi cittadini di chiedere conto delle loro azioni.

Ci auguriamo che la nostra testimonianza non venga letta come una sterile critica o accusa, ma che possa servire a stimolare la riflessione sul ruolo che come massa critica possiamo assumere e magari a ispirare di nuovo qualche anima controcorrente.”

 

 

“In particolar modo oggi che il Gruppo Arvedi ha dichiarato di voler chiudere quanto prima l’Area a Caldo, è interessante capire il ruolo che i cittadini hanno avuto nel manifestare contro la presenza di un impianto altamente inquinante e come i diversi rappresentanti politici e istituzionali hanno saputo farsi portavoce delle istanze popolari.”

Libri correlati

Lascia un commento

Cosa si cela dietro a un libro?

Giovanni Aviani Fulvio - Editore

22 Ottobre 2019

Cosa si cela dietro a un libro?

Come sta cambiando l’editoria in FVG e in Italia?

Ecco un’altra buona domanda a cui cercherò di rispondere…partendo dall’inizio! In Italia ci sono circa 1500 (!) editori, nella nostra Regione ce ne sono 50, ogni anno vengono pubblicati più di 60.000 nuovi titoli per un totale di 128 milioni di copie.

Numeri da capogiro!

Ma chi sono i protagonisti di queste cifre e queste statistiche?

Cominciamo da chi questi libri li scrive: GLI AUTORI

Chi è questo “divino Dante”? Ma soprattutto: perchè decide di scrivere un libro?

Beh, i motivi possono essere tanti e diversi:

  • per ricordare o farsi ricordare;
  • sottolineare un momento di cambiamento nella propria vita come il pensionamento o la morte di un congiunto;
  •  “dire la sua” su un certo argomento;
  • perchè è un appassionato ricercatore e studioso;
  •  vanità ed egocentrismo…

Ma ci sono anche i professionisti: giornalisti e accademici che hanno fatto dello scrivere il proprio mestiere, come Edi Fabris che con noi ha pubblicato, di recente, il romanzo-scandalo “L’amante veneziana”

 

 

o Flavio Vidoni che ha tradotto, dallo spagnolo al friulano (!), “La strade dal Civuite”

 

 

 

 

Le età variano e qui, da Aviani&Aviani editori, lo sappiamo bene:

passiamo dalla giovanissima studentessa universitaria Alice, autrice di Azazel ,

 

al Dott. Flavio Fiorentin, nonno in pensione che ha trovato finalmente il tempo di scrivere “L’eredità del leone”

 

e raccontare anche un po’ della sua storia.

Una volta scritto il libro, cosa si fa?

Si cerca un EDITORE!

Il suo ruolo è pubblicare – rendere pubblico ciò che l’Autore ha scritto, creato e pensato.

E qui inizia il bello e il grande lavoro che c’è dietro alla pubblicazione di un libro:

  • editing (revisione del testo);
  • layout grafico (che formato è adatto a questo libro?, che tipo di carta utilizziamo?, quale legatura? e il colore? quale copertina?)
  • impaginazione (dove mettere le foto, le tabelle, le note, i box…)
  • correzione delle bozze (non si finisce mai…)
  • LA STAMPA: scelta della tipografia e del tipo di stampa
  • confezione, magazzino e imballo

 

 

(e il “culo di copertina” dov’è???)

Ecco: ORA ABBIAMO UN LIBRO!

Ma poniamoci di nuovo la domanda: Cosa si cela dietro a un libro?

Ma lo sappiamo solo noi e l’autore che esiste, come possiamo farlo sapere agli altri?

Con la DISTRIBUZIONE!

I canali di vendita sono molteplici:

  • diretti;
  • attraverso le librerie;
  • con il supporto di un distributore;
  • con la vendita alle grandi catene di librerie;
  • su amazon;
  • dal nostro (bellissimo) sito www.avianieditori.com

Nonostante queste molteplici possibilità, le vendite dei libri in Italia continuano a calare.

Stando all’ultimo report di Istat, i lettori italiani sono solo il 40,5% della popolazione!!!

Sapete chi sono questi ultimi irriducibili? Donne o uomini? Donne! Giovani o vecchi? Giovani!

Dalle statistiche sappiamo anche che i libri si acquistano ancora, per la maggior parte, nelle librerie, che al Nord-Est si legge di più che rispetto al Sud e che, comunque, l’industria editoriale italiana, segna un trieste -0.4% rispetto all’anno precedente.

L’Italia è agli ultimi posti nella classifica europea dei lettori.

 

E’ ORA DI INVERTIRE LA ROTTA!

 

E’ ora di tornare in libreria, passeggiare tra il profumo della carta stampata e i colori delle copertine, è tempo di riprendere in mano quel libro che giace sul comodino a prendere polvere, è il momento di

RICOMINCIARE A LEGGERE!

E se ancora non ti abbiamo convinto, ecco 10 buone ragioni per prendere subito in mano un libro:

 

 

 

Cosa si cela dietro a un libro? Forse adesso ne sappiamo di più.

 

Lascia un commento

Roberto Bassi e le Frecce Tricolori: una storia d’amore

Roberto Bassi

Nato a Udine nel 1960, è sposato e vive a Campoformido. Diplomato perito costruttore aeronautico presso l’Istituto Tecnico Industriale “Arturo Malignani” di Udine, è da poco stato posto in quiescenza dopo un lungo servizio come Sottufficiale specialista di elicotteri nei ranghi dell’Aviazione dell’Esercito Italiano. Ha prestato servizio, con vari incarichi di tipo tecnico e operativo in varie sedi sul territorio nazionale e all’estero. È da sempre appassionato di tutto quanto riguardi il volo ed in particolare della storia aeronautica del Friuli Venezia Giulia.
16 Settembre 2019

Roberto Bassi e le Frecce Tricolori: una storia d’amore

Avventurarmi nel mondo, nella storia, delle Frecce Tricolori è stato per me naturale anche se gli scritti precedenti riguardavano periodi aeronautici più lontani.

E’ stato naturale perchè sin da piccolo ho sempre alzato gli occhi al cielo per seguire i loro voli e per udire quel sibilo a me familiare dei loro G.91. Quest’ultimo, aereo che io giudico una delle più belle macchine volanti, ha fatto parte della mia infanzia e della mia giovinezza accomunato ai volti degli uomini che lo pilotavano.

L’incontro con l’amico editore Giovanni Aviani e l’amicizia con Massimo Montanari, la loro volontà e i racconti di quest’ultimo, sono stata la giusta miscela per spingermi a scrivere delle “Frecce”. L’argomento sarebbe stato inflazionato. Prima di me altri avevano scritto con dovizia di particolari la storia della Pattuglia “tricolore”, ma nessuno aveva scritto storie di uomini.

La scelta è caduta subito, grazie ai frequenti racconti di Montanari che lo nominavano sempre, su Antonio Gallus.

 

Lo avevo conosciuto tanti anni prima e questo ha fatto si che  il racconto fosse per me più desiderato.

Dovevo però avere il consenso della sua famiglia e l’incontro con la figlia Claudia si è dimostrato subito aperto e leale trovando, da parte sua, la più grande disponibilità e approvazione. La ricerca di foto, documenti e testimonianze è durata circa cinque anni ma il risultato finale è stato decisamente soddisfacente.

Il mio scopo era quello di ricordare un uomo, una Freccia, un grande “capo formazione” e tramandare ai posteri, attraverso le pagine del libro, la sua vita purtroppo spezzata tragicamente quel 2 settembre 1981.

Naturale è stato anche avventurarmi nella vita di Valentino Jansa.

L’incontro con Luisa, sua moglie, ha risvegliato in me il ricordo di una fotografia, apparsa sul Messaggero Veneto, il giorno dopo la sua tragica scomparsa. Quelle ali spezzate con il tricolore rivolto verso il cielo e quel nome, Valentino Jansa.

Al tempo avevo un depliant delle Frecce Tricolori con gli autografi dei piloti che giravo e rigiravo, lo avevo imparato a memoria così come conoscevo quel nome e quella firma che si elevava, per stile, dalle altre.

Ma la decisione che mi ha spinto a scrivere anche di lui è stata la riflessione, il pensiero, sul suo tragico incidente.

Poteva lanciarsi, poteva salvarsi, ma lo ha fatto troppo tardi pregiudicandosi la salvezza. Questo era un uomo, con la “U” maiuscola.

Dovevo scrivere anche la sua vita.

E’ stato complicato convincere Luisa e farmi consegnare i suoi ricordi ma dopo che quest’ultima ha potuto vedere il libro su Gallus ha vinto ogni incertezza e ho potuto iniziare la ricerca.

                                                                                             

Due storie diverse, in certi tratti simili, due uomini che hanno contribuito a rendere grande le ali italiane e la nostra Aeronautica, due uomini che non devono essere dimenticati.

Ecco, il mio compito era questo, cercare di ravvivare la fiamma del ricordo ed evitare che si spenga facendo cadere tutto nell’oblio.

Questi libri parlano di aerei, si, ma parlano soprattutto di uomini, di visi, di aneddoti che devono avvicinarli a noi e non renderli parte di una storia accaduta quarant’anni fa e quindi dimenticata. A loro va il dolce ricordo e il rispetto verso chi ha sacrificato la vita volando per l’Italia.

Roberto Bassi

Roberto Bassi e le Frecce Tricolori: una storia d’amore

Lascia un commento

La Storia in Friuli Venezia Giulia…ma non solo!

25 Giugno 2019

Aviani: Friuli Venezia Giulia, storia, guerra, aviazione

…e grandi novità!

La Storia in Friuli Venezia Giulia                 La Storia in Friuli Venezia Giulia                             La Storia in Friuli Venezia Giulia

 

Da attenti lettori quali siete, di sicuro avrete notato che ultimamente Aviani&Aviani editori ha allargato i suoi orizzonti!

 

Continuiamo ad occuparci di storia del Friuli Venezia Giulia, di guerra ed aviazione ma abbiamo volto lo sguardo anche verso altri argomenti: l’amore, la passione, i sogni e anche gli incubi!

La  grande novità e sfida di questo 2019 è stata l’introduzione degli e-book. Vi abbiamo dato la possibilità di avere alcuni dei nostri libri in versione digitale: pratica, veloce e soprattutto economica. E’ stato un grande passo per noi, affezionati, come voi, alla carta, al suo profumo, alla sua consistenza, alla sua storia. Ci siamo resi conto, però, che alcune delle nostre storie sarebbero state lette più volentieri su un  mezzo tecnologico come il kindle o kobo.

 

Volete saperne di più? Continuate a leggere…

 

La passione, il sesso e la ricerca di un’affettività ormai perduta:

“L’amante veneziana” di Edi Fabris: romanzo ormai definito da tutti “scandaloso” per il linguaggio esplicito ed onesto con cui l’autore descrive le scene di sesso. Noi abbiamo pensato che la “privacy” di un e-book sarebbe stata apprezzata da chi, incuriosito dal tema, voleva tuffarsi nella lettura appassionante della storia del pediatra Sergio Castiglia. Ordinatelo su amazon con un veloce e discreto CLIC .

 

 

I sogni e gli incubi di Isabelle messi nero su bianco: non puoi fuggire!

Un altro romanzo che abbiamo voluto trasporre nella versione digitale è stato per noi una grande sfida perchè tratta un argomento totalmente fuori dai nostri schemi. Parliamo di “AZAZEL – The N.I.G.H.T. Trilogy”, la giovane autrice Alice Moretti imprime sulla carta i tormenti della sua anima e ci trascina in un viaggio onirico, visionario e dal sapore gotico che appassiona e avvolge lasciando il lettore inebriato e sognante. Pronti a catapultarvi nella mente di Isabelle? Il mondo di Azazel è a portata di CLIC.

 

 

Volete la verità ma raccontata come un romanzo, in modo avvincente e spiazzante?

Allora vi riveliamo che il terzo libro scelto per questa nuova avventura degli e-book appartiene ancora ad una terza categoria: non parla di amore, non parla di sogni ma parla di…soldi!

“Romanzo ImPopolare” di Ario Gervasutti e Roberto Gatti è un libro di grande successo, presentato anche in Parlamento a Roma, che racconta, con la giusta dose di ironia e umorismo, pur sempre mantenendo integrità e correttezza, gli splendori e le rovine della Banca Popolare di Vicenza e dei suoi 120mila azionisti. Un libro scritto come se fosse la sceneggiatura di un film: appassionante, coinvolgente e,  particolare molto apprezzato da chi lo ha letto, chiaro ed esplicativo. Ora lo trovate anche in formato e-book, veloce da scaricare e leggere d’un fiato, con un solo CLIC.

 

E ora la decisione spetta a voi, attenti lettori: abbiamo fatto bene a spingerci oltre? Attendiamo i vostri commenti!!!

 

Lascia un commento

25 aprile: LIBERAZIONE dal dogma

Enrico Bonessa

   
16 Aprile 2019

25 aprile: LIBERAZIONE dal dogma

Allorché il tempo venne organizzato dagli uomini attraverso i calendari, lo scorrere degli anni è stato scandito dalle più svariate date simboliche e celebrative. Dapprima sacre e legate essenzialmente ai cicli della Natura, poi sempre più profane e ideologizzate, passando attraverso quelle liturgiche e religiose.

E se quelle legate alla sacralità erano espressione di una visione universalistica della realtà, quelle profane sorgono di tanto in tanto per rinnovare all’infinito un fatto giudicato significativo per una specifica comunità umana, piccola o grande che sia.

Il 25 aprile, giorno di San Marco e perciò assai caro a quella straordinaria entità plurisecolare ch’era la Repubblica di Venezia, nel 1945 assurse per l’odierna Repubblica italiana a ben altra celebrazione.

La conclusione d’una guerra civile durata circa 600 giorni e iniziata da un re che, rovesciando le alleanze belliche, trascinò il Bel Paese in una lotta fratricida risoltasi ufficialmente con la vittoria di un’eterogenea compagine politico-militare di 60-80.000 partigiani (gli anti-fascisti) nei confronti di almeno 570.000 sostenitori d’una specifica idea d’Italia (i fascisti).

I vincitori:

Azionisti, militari monarchici, liberali, ma pure quei socialisti e comunisti che a cavallo del 1920 preferivano non troppo pacificamente la bandiera rossa al Tricolore, guardando speranzosi alla Russia bolscevica. Così come v’erano quei popolari che fino a vent’anni prima sventolavano con una certa intemperanza la bandiera bianca, inneggiando non all’Italia ma al papa re.

In parte alleati cogli ex nemici anglo americani (i cui bombardamenti aerei costarono la vita a 65-80.000 civili italiani) e in parte coi comunisti jugoslavi (che trucidarono almeno 8.000 italiani, di cui circa la metà civili) strizzando l’occhio a Stalin. Non dimentichiamoci poi degli alleati francesi, le cui truppe maghrebine inflissero fino a 60.000 violenze e stupri noti come marocchinate, e che avanzavano da Sud parimenti alle truppe rimaste fedeli al re, formate da 150-190.000 uomini oramai dimenticati.

Visto che si è accennato alle vittime civili, non possiamo ignorare gli oltre 9.000 fascisti, veri o presunti, ammazzati dai comunisti a guerra finita.

I vinti:

I fascisti, e spesso semplicemente patrioti, ancora fedeli all’originaria alleanza con la Germania e da essa ideologicamente distinti e distanti, benché una certa propaganda abbia fuso gli uni e l’altra in un improbabile ‘nazifascismo’.

Una Germania le cui dure rappresaglie causarono la morte di 10.000 civili italiani oltre a 10.000 morti per deportazione. A tal proposito, non è un mistero che il cinico scopo della componente comunista era proprio di scatenare le rappresaglie (previste dal diritto bellico) per infondere nella popolazione l’odio verso le truppe germaniche. Rappresaglie naturalmente evitabili se i responsabili fossero usciti allo scoperto rispondendo personalmente delle loro azioni, come invece dovette ad esempio fare al loro posto uno straordinario eroe quale il Carabiniere Salvo D’Acquisto.

E gli altri…

Se ai combattenti non responsabili di violenze sui civili va riconosciuto il coraggio d’aver messo a repentaglio la vita per i propri ideali, intorno ad essi brulicava una massa d’individui che nulla fecero né rischiarono. Quelli che lo stesso Gramsci avrebbe definito sprezzantemente ‘gli indifferenti’ e ai quali premeva aver salva la pelle.

Fra essi, molti uomini con precedenti esperienze politiche e poi iscrittisi al PNF, ottenendo spesso cariche e onori, tenutisi ben alla larga dagli eventi bellici per ricomparire però da vincitori a guerra conclusa, assurgendo al rango di personalità per lo più democristiane e che una certa agiografia descrive immacolati da compromessi col passato regime. O magari zelanti sostenitori del fascismo, firmatari del Manifesto della razza, prudentemente espatriati durante la guerra per poi figurare tra i deputati DC alla Costituente (ci riferiamo ad Amintore Fanfani).

Lettera informativa inviata dalla Questura al Prefetto di Udine su Tiziano Tessitori, che venne indicato dall’Unione Fascista Professionisti e Artisti di Udine al Ministero per la Stampa e la Propaganda come uno dei 12 propagandisti della provincia in caso di mobilitazione – 29.10.1936 (ASUd- Prefettura di Udine – Gabinetto – b. 15, fasc. 60, c. 136)

A quella lista sarebbero da aggiungere i nomi di molti trasformisti e non parliamo di giovani tipo Nilde Iotti, Dario Fo o Giovanni Spadolini, beneficiari di tutte le attenuanti anagrafiche del caso, ma di soggetti più o meno maturi. E talvolta pure celebri, come Norberto Bobbio, il quale in un’intervista disse candidamente che fu «fascista tra i fascisti e antifascista tra gli antifascisti». Destini e fortune ben diversi rispetto a quelli di uomini come Nicola Bombacci…

Malgrado le idee disomogenee e incompatibili, i vincitori (veri e sedicenti) riuscirono a realizzare fondamentali compromessi: la Costituzione repubblicana e la consacrazione del dogma anti-fascista quale sigillo di una nuova era.

Dogma che dal 1968 venne però sostanzialmente avocato a sé dalla componente comunista, ispirata a un’ideologia che per realizzare il suo utopistico concetto di libertà ha offerto al genere umano il più immenso cimitero di vittime sacrificali. E i cui sostenitori ne mistificano ancor oggi il vero volto, fino a mascherarlo con rubiconde e sorridenti facciotte di partigiane jugoslave agghindate con la famigerata titovka.

Essi ne enfatizzarono velenosamente la retorica appropriandosi dei suoi simboli come il 25 aprile, divenuto il punto di partenza di un’azzerata e inamovibile storia italiana, demonizzando un nemico sconfitto ormai da decenni ma da ravvivare al bisogno come alibi di un’egemonia ideologica.

Ogni dogma, questo compreso, necessita di due categorie: il giusto e lo sbagliato, che conducono inesorabilmente a quelle di bene e di male, che essendo tali non devono essere poste in discussione. Quante voci gridarono infatti all’eresia quando, già negli anni Sessanta, qualche storico ignorò la scritta ‘vietato aprire’ impressa sulla scatola nera in cui era stato frettolosamente rinchiuso il fascismo (e con esso buona parte della precedente storia unitaria), iniziando a dipanare ciò che doveva essere invece mistificato o rimosso.

I fatti esposti con onestà intellettuale poterono così narrare un fascismo non più solo fatto di olio di ricino, cesarismo, lotta al dissenso, uniformi e parate, ma un fenomeno storico tutto italiano, articolato in varie fasi ed estremamente eterogeneo e complesso. Meritevole -malgrado errori e difetti- di un ben diverso giudizio sotto svariati profili e che molto spesso, lo si voglia o no, seppe ben interpretare l’anima italiana in molteplici suoi aspetti.

Sono trascorsi quasi tre quarti di secolo da quel 25 aprile 1945, ma qualcuno ci resta inchiodato per due motivi.

Il primo motivo è semplice: l’anti-fascismo soffre di una sudditanza e di una dipendenza assolute rispetto al fascismo, essendone infatti l’ombra, la proiezione negativa ed è solo grazie al fascismo se l’anti-fascismo può continuare a esistere. Tenere in vita, anzi rendere immortale quel nemico si rivela pertanto essenziale.

Un nemico, fra l’altro, non solo demonizzato ma del tutto sconosciuto perché il fallito tentativo di rimozione mnemonica nei riguardi del fascismo ha avuto un devastante effetto sullo stesso anti-fascismo, tanto che questo non sa più cosa stia combattendo e conseguentemente quale sia la propria, di identità.

Il secondo motivo ha invece dei risvolti psicanalitici. Il rapporto dell’anti-fascismo col fascismo è un vero disturbo narcisistico della personalità. Un disturbo che si rifà al mito greco di Narciso, il quale visse in un esasperante rapporto di odio-amore verso il potente padre Cesifo, dio dell’omonimo fiume, imitandolo in una competizione di crudeltà e respingendo sprezzantemente l’amore di chiunque per poi morire affogato, e solo, nell’adorazione di se stesso.

Chi è affetto da tale disturbo sfugge in maniera infantile a un padre dominante e idealizzato come un semi-dio, odiato ma interiorizzato e col quale competere sul piano della distruzione. Per di più egli vive in un’arrogante esaltazione di sé, nel solitario disprezzo verso tutti ch’egli giudica inferiori e sciocchi.

Ma in cosa si assomigliano l’anti-fascismo della guerra civile e quello odierno?

Per capirlo, chiediamo aiuto alla fantasia. Visto che van di moda i film tipo Sono tornato, varrebbe davvero la pena realizzarne uno analogo avente come protagonista un personaggio della stazza di Ferruccio Parri, decorato di tre Medaglie d’Argento al Valor Militare durante la Grande Guerra, o di Giuseppe Cordero di Montezemolo, capo della Resistenza romana e ufficiale monarchico ucciso alle Fosse Ardeatine.

(Giuseppe Cordero di Montezemolo)

 

Sarebbe curioso osservare il prescelto mentre sfila nel fracasso di quei pittoreschi cortei antifà di rasta, spinellati, hippies fuori tempo massimo, clandestini, che nell’annichilimento dell’estetica confondono l’eccesso di libertà con un’irresponsabile anarchia distruttiva, proponendo il vuoto assoluto.

Gli stessi che impediscono pedestremente e pedantemente agli altri di parlare e manifestare e che dalla violenza verbale non hanno scrupoli di passare a quella fisica, riuscendo sempre a figurare magicamente e piagnucolosamente come vittime.

Una psicosetta di matrice adolescenziale che pretende diritti senza doveri e benessere senza sacrificio, reclamando tutto dalla società senza però offrire nulla ad essa.

E che in un trionfo di esterofilia autodistruttiva preferisce l’inglese all’italiano e l’Europa all’Italia, l’immigrato straniero nullafacente all’emigrante italiano talentuoso, la shoah alle foibe, le adozioni omosessuali alla famiglia naturale, i sussidiati ai produttori, l’affarismo di certe ONG alle leggi, il disordine all’ordine, la bandiera arcobaleno al Tricolore.

Dopo un’edificante esperienza del genere, l’infelice protagonista di codesto surreale film potrebbe trascorrere un istruttivo pomeriggio fra i componenti di un’altra categoria.

Gli anti-fascisti da salotto, le cui eroiche azioni si circoscrivono a qualche asettica diretta televisiva, manifestando il loro pensieroso impegno civile con visi grevi e funerei.

Sedicenti partigiani moderni che lottano strenuamente coi polpastrelli, digitando qualche proclama online dal salotto di casa (ubicata preferibilmente negli States), anteponendo le loro rendite di posizione ad antichi valori di una comunità dalla quale distano anni luce e che (orrore!) qualcuno osa ancora chiamare fascisticamente ‘Patria’.

Degli intoccabili illuminati, che si pavoneggiano della loro olimpica posizione anti-fascista fra un cocktail e un party, magari dimostrando la loro altezzosa democraticità facendosi dare del ‘tu’ dal loro domestico ‘subsahariano’. Meglio se arrivato clandestinamente, perché fa ancora più chic.

Disseminati fra entrambe le categorie s’incontrerebbero quei presunti intellettuali, compiacenti giornalisti, membri di associazioni e di cooperative che godono d’una privilegiatissima condizione sociale, fondata su finanziamenti pubblici tanto più lauti quanto più alto è il livello di antipatriottismo ostentato.

Insomma, l’anti-fascismo che nella sua originaria e conflittuale eterogeneità era composto da decine di migliaia di combattenti, passato attraverso il conformismo di massa, il ‘vietato-vietare’ sessantottino, la partitocrazia e le manette di Tangentopoli, lo yacht di D’Alema e la mortadella europeista di Prodi, eccolo infine approdato a due categorie asserragliate in un avvelenato deserto ideologico.

Un deserto dal quale escono in rabbiose e inquisitorie spedizioni punitive per intromettersi in ogni aspetto della vita altrui, imponendo ciò che vogliono loro e proibendo ciò che gli altri desiderano per sé stessi.

E se non la spuntano per lo sfinimento del malcapitato di turno, ecco trascinare i più caparbi in qualche aula giudiziaria o al ludibrio mediatico grazie ai soliti quotidiani. Quelli sempre pronti a celebrare l’attore americano del momento erettosi a intellettuale di punta, o meglio da operetta, ignorando quale differenza passi fra Mussolini, Trump, Tarrant, Hitler, Putin, Pinochet, Salvini, Orbán, tutti messi in un unico stupefacente calderone bollato come ‘fascismo’.

In questo trionfo di retorica e di conflittualismo cronico, che tanto spaventa i silenti conformisti un po’ imbelli e un po’ bigotti, gli anti-fascisti celebrano la Liberazione negando però la libertà altrui, classificando psicoticamente ‘fascista’ tutto ciò che è sempre stato normale persino nella sessualità e nel lessico. Considerandosi portavoce d’una maggioranza fantasma che, a loro dire, bramerebbe privilegiare una microgalassia di minoranze, attuando quella che è giuridicamente definita ‘discriminazione alla rovescia’. Abusando dell’aggettivo ‘democratico’ ma aborrendo le scelte popolari. Pretendendo l’accettazione delle loro (anti) idee e riservando l’intolleranza verso le altre. Ergendosi a numi dell’anti-razzismo ma alimentando un grottesco auto-razzismo a discapito di tutti gli italiani che dovrebbero, non si sa bene perché, gongolare.

Ma non preoccupiamoci troppo. In tutta questa multicolore libertà, simbolizzata da un 25 aprile che non unisce ma lacera, c’è sicuramente un senso.

Quale sia, forse non lo sanno neppure molti dei suoi celebranti. Perché, come scrisse Goethe: “nessuno è più schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo”.

 

N.d.R Enrico Bonessa è anche autore di: “L’infinita polemica”

25 aprile: LIBERAZIONE dal dogma

 

Libri correlati

Lascia un commento

Compagnia Volontari Alpini Gemona – La ricerca

Marco Siega

25 Febbraio 2019

Salita a Spina Pesce

 

La vallata di Bordaglia, sopra Pierabech e Forni Avoltri, è nota a tutti gli amanti della montagna per la sua bellezza e l’omonimo lago è meta frequentatissima dagli escursionisti.

Sul lago di Bordaglia campeggia una piccola altura, non segnata esplicitamente sulle cartine, una cresta a picco sia sul versante del falso Passo Giramondo che, ancora di più, su quello del Rio Volaia.

Per la sua conformazione, ai tempi della Grande Guerra fu chiamata Spina Pesce dai soldati italiani e tuttora è conosciuta con questo nome.

Fu teatro di aspri scontri per i soldati della Compagnia Volontari Alpini Gemona, che nel 1916 per primi la occuparono, la plasmarono per la vita in quota e la difesero dagli attacchi austriaci.

Essendo il simbolo delle glorie militari della suddetta Compagnia, dovevo in tutti i modi conoscerla, esplorarla, viverla. Dovevo farlo non solo per la precisione di quanto riportato nel mio lavoro, ma per capire io stesso quella montagna e i suoi spazi, immaginarmi la vita lì, sotto il fuoco di cannoni e mitragliatrici.

Per questo molte volte avevo tentato di raggiungere la sommità della cresta, di percorrerla interamente, di esplorarne i meandri.

Ogni volta che la approcciavo, però, mi limitavo a fermarmi dove già molti erano stati: il ridottino di quota 2050 (2051 sulle mappe moderne) e non oltre.

Rimandavo l’esplorazione di mese in mese, di anno in anno.

Salendo sempre dalla parte (ex) austriaca, ripida ma affrontabile, a volte mi sono spinto oltre il ridottino, in piedi tra i due abissi, ma sono sempre rimasto paralizzato dopo qualche passo.

Il vento sferza insistente da tutti i lati, la parete precipita sia a destra che a sinistra senza possibilità di appiglio; la roccia è liscia, stretta, coperta qua e là da pericoloso ghiaino.

Un’altra volta ho tentato l’ascesa da parte italiana, con la difficoltà che, per l’impervietà delle pareti, mai nessuno era riuscito a rintracciare la via d’accesso usata dai soldati italiani.

Pur non avendo trovato tracce che mi dessero ragione, avevo comunque individuato un certo canale come unica possibile via d’accesso italiana a Spina Pesce. Con fatica, per parete erbosa ma quasi verticale, sono arrivato sulla cresta.

Come avrei scoperto in seguito, ad un certo bivio del canale, presi la direzione sbagliata, arrivando su un punto privo di qualsiasi traccia di guerra.

Avendo già osato tanto per arrivare fino a lì, desistetti anche in quell’occasione, dubitando che il canale da me individuato fosse corretto.

Non potendo più prorogare l’esplorazione, mi sono deciso a chiedere aiuto a Riccardo Del Fabbro, qualificata guida alpina di Forni Avoltri.

Giunti alle pendici di Spina Pesce, ci siamo avvicinati al canale da parte italiana che già avevo approcciato.

Riccardo concorda con me: sembra l’unica via che gli italiani possano aver percorso.

Così ho indossato il caschetto e l’imbrago e ho lasciato che lui aprisse la strada.

Man mano che salivo pensavo alle differenze della salita a distanza di cento anni:

oggi, comodamente assistito da una guida alpina, libero di sfruttare gli appigli migliori, imbragato per sicurezza;

allora, aiutati solo da una corda “manilla” inchiodata alle rocce, chini sotto il tiro degli austriaci appostati su Creta Bordaglia e carichi del peso di rifornimenti, munizioni, armamenti.

Salendo, prendiamo un’altra direzione rispetto a quella che avevo preso nel mio tentativo in solitaria.

Riccardo che mi precede mi conferma a voce:

siamo nel posto giusto, ci sono tracce di guerra.

Giunti sulla cresta, incontriamo segni inconfondibili: postazioni squadrate intagliate nella roccia viva, muretti a secco ancora pressoché intatti, slarghi scavati per concedere ai soldati del presidio il minimo di posto necessario alla vita sul luogo.

Superando una minuscola selletta, mi si apre davanti agli occhi un altrettanto minuscolo villaggio di guerra, nelle viscere della montagna.

Laddove pensavo che non ci fosse il minimo spazio, ecco che gli italiani avevano ricavato un angolo di dimensioni non indifferenti. E’ completamente al riparo di una sporgenza rocciosa che proteggeva dalla vista del presidio austriaco del Biegenkopfe, sulla catena del Volaia.

Ci avviamo lungo la trincea larga circa un metro e mezzo, incontriamo una cavernetta quadrata. Si intravedono i segni di un tetto sulla roccia soprastante, evidentemente a copertura del baracchino che sapevo essere stato costruito sul luogo:

torna, tutto torna, tutto combacia con le fonti.

M’immagino il comandante del presidio, a coordinare gli uomini presenti sulla quota e mandare notizie alle retrovie.

M’immagino il silenzio imperativo per non farsi scoprire, le piogge e le nevicate, il vento freddo che faceva scricchiolare le assi del baracchino e tremare gli inquilini.

Procedendo, il camminamento ci porta ad una seconda cavernetta, più profonda e a forma di L.

Si vedono le tracce della vita di guerra: chiodi appesi ai muri di roccia, con ancora appesi dei fili di ferro, probabilmente per appendere vari oggetti personali o una lampada a olio di fortuna, magari ricavata da una bomba a mano SIPE svuotata, com’era tipico. Per terra alcune scatolette e pezzi di legno marcio.

Il silenzio si palpa, si sente, parla: sembra che l’ultimo soldato se ne sia andato da qui solo qualche mese fa.

Facciamo una svolta e ci rifugiamo dai raggi del sole in un canale stretto, angusto, con pareti ravvicinate, umide, a piombo.

Dai residui di roccia e di scatolette si intuisce un ulteriore piccolo posto, dal quale cento anni fa partiva la scaletta di corda che portava sulla cresta.

Io propongo di cercare un’altra via, ma Riccardo insiste: faremo la stessa via che percorrevano gli italiani ogni giorno! E così mi anticipa, arrampicandosi come un ragno; arriva sulla cresta in breve tempo e mi fa cenno di seguirlo.

Senza una scala di corda la salita è difficile anche con l’assicurazione dell’imbrago, le pareti sono davvero lisce e scivolose.

Di tanto in tanto c’è ancora qualche chiodo che, per aver resistito un secolo, ispira ancora fiducia e al quale mi aggrappo con forza.

Con fatica, esco anche io sulla cresta.

Ci troviamo al riparo di un basso muretto cementato, alto forse mezzo metro, esattamente sull’uscita dall’insenatura.

Qui iniziava a battere il fuoco austriaco.

Da lì infatti inizia la trincea che si alza di quota, fino a terminare più in là con quota 2045, il più avanzato piccolo posto ad essere rimasto sempre in mano italiana.

Ci guardiamo intorno a fondo, di continuo, in silenzio: per me è tutta una novità e sento mio quel luogo.

Devo memorizzare spazi, punti di vista, postazioni, certamente per il libro, ma ancor di più per dare una collocazione reale agli avvenimenti che conoscevo e di cui avevo letto e riletto nella mia ricerca.

La trincea ha i parapetti crollati verso l’interno, ma ci avviamo in salita camminando al centro.

Dopo pochi passi, mi salta all’occhio un oggetto che sporge dai sassi, lo estraggo: è un cucchiaio d’ordinanza italiano.

Gli è stata fatta a caldo una torsione sul manico, evidentemente come personalizzazione e, forse, anche per vincere i frequenti momenti di noia. Tra quelli in cui, invece, la noia non c’era affatto e lasciava spazio a coraggio, senso del dovere e paura.

Non appena il percorso si fa più pianeggiante, si intravedono le tracce di un piccolo posto di vedetta, di cui si intuisce il perimetro dai resti dei muri. E’ una specie di quadrato di circa un metro e mezzo per lato, proteso verso la valle del rio Volaia e sovrastante la trincea da cui siamo partiti.

Da qui la trincea si fa più larga, coperta ad altezza d’uomo sul versante battuto da Creta Bordaglia, mentre oggi quasi completamente esposta allo sguardo dominante del Biegenkopfe.

Dopo circa venti metri raggiungiamo un piccolo spiazzo, in realtà da considerarsi grande per il posto in cui ci troviamo: è il caposaldo italiano di quota 2045.

All’angolo, una piccola cavernetta di un paio di metri tenta di inabissarsi nuovamente nella montagna.

Ci entro con difficoltà, sia per la sterpaglia che ormai ne ricopre l’ingresso, ma anche per tratti di filo spinato appesi alle pareti, probabilmente utilizzati per appendere qualche oggetto.

Mi immagino quanti materiali, quante persone si accalcassero e mescolassero in così poco spazio, nel quale mi muovo a fatica anche da solo con il mio zaino.

Esploro lo spiazzo, mi sporgo in alto e vedo troneggiare davanti a me quota 2050, così vicina, ma così lontana immaginando di doverla percorrere sotto il grandinare degli shrapnel, l’esplosione delle granate, le sventagliate delle mitragliatrici.

Ci avviamo in quella direzione, superando una piccola strettoia della cresta, esposta ai lati, ma che subito dopo si apre alla visione di quota 2050 mantenendo il fianco sinistro protetto.

Da qui, si intuiscono le due piccole cavernette scavate dagli italiani a una decina di metri dalla sommità

Cavernette è in realtà un termine generoso per descrivere due minime insenature, nelle quali nemmeno si notano segni di scavo.

Ormai siamo arrivati: superiamo con pochi balzi i metri che rimangono e siamo in piedi sul ridottino di quota 2050. La struttura è in cemento armato, anche se ormai in via di sgretolamento e conviene non farvi troppo affidamento. Un fondo in legno d’appoggio per le vedette è ormai sfondato e più sotto rimangono accatastate le travi spezzate.

Il ridottino presenta feritoie dirette verso gli italiani, a dimostrazione del fatto che furono gli austriaci a costruirlo, nonostante originariamente fosse un posto avanzato dove gli italiani inviavano quotidianamente una vedetta. Scoperti, dovettero ritirarsi a presidio di quota 2045 e quota 2050 divenne contesa.

Qui irruppero i volontari alpini, qui rimase colpito a morte il caposquadra Timeus Giacomo di Gemona, apripista dell’assalto del 27 agosto 1916.

Ecco davanti a noi la trincea tanto combattuta: larga almeno un metro, protetta in direzione del rio Volaia, con un parapetto di circa un metro verso Creta Bordaglia.

Pochi metri, una decina, separano quota 2050 e quota 2048, di poco più bassa, dove si erano arroccati gli austriaci.

Con un minimo margine d’errore, mi rendo conto di camminare sulle rocce che hanno conosciuto il sangue di così tante persone. Rocce che hanno raccolto l’ultimo respiro del caposquadra Antonini Quinto di Gemona, già reduce dalla Libia, caduto nel vuoto il 27 agosto 1916.

Il 28 agosto 1916 caddero qui anche i volontari alpini Tessitori Luigi, di Gemona, e Garlatti Costa Girolamo, di Forgaria, amici già da prima della guerra. Del Tessitori non venne nemmeno recuperata la salma.

Tutti i caduti italiani furono decorati di medaglia d’argento al valore.

A quota 2048 si nota lo slargo dove resistevano gli austriaci.

Da lì, la traccia di sentiero di guerra precipita, seguendo il declivio che si abbassa rapidamente in direzione del falso Passo Giramondo.

Siamo ancora molto alti.

Su questo versante, estremamente più approcciabile di quello italiano, gli austriaci ebbero modo di predisporre diversi punti di ricovero, con caverne di discreta dimensione, ancora visitabili, ma ricoperte di macerie.

Tornati a livello del sentiero che porta a Passo Giramondo, ci dirigiamo in quella direzione. Così  posso concludere la visita con uno sguardo silenzioso sui resti del cimitero austriaco, dove pare che fu sepolto anche il volontario Garlatti Costa.

Rientro a casa con molti elementi per la mia ricerca, ma soprattutto con un tassello in più per garantire il ricordo di quei volontari.

Libri correlati

Lascia un commento

Il vero significato della memoria storica

Flavio Fiorentin

L’autore  è nato a Verteneglio(provincia di Pola)nella casa materna ,ma appartiene a famiglia “bòdola” cioè da sempre presente nella città di Veglia sull’isola dalmata omonima. Egli, da ultimo, è profugo(9.IX.1945) dalla città di Fiume da lui lasciata a nove anni. Le riferite “radici” personali dell’autore lo qualificano particolarmente a raccogliere e tramandare a futura memoria la storia delle popolazioni della sponda orientale adriatica nell’arco temporale dal 1797 al 1918, inquadrandola in quella d’Italia e d’Europa.      
1 Febbraio 2019

Oggi vogliamo conoscere meglio Flavio Fiorentin, autore de

“L’eredità del leone. Dal Trattato di Campoformio (1797) alla Prima Guerra Mondiale (1918)”

 

Consideriamo doveroso un approfondimento con questo autore che può aiutarci a capire cosa significhi essere profugo. Flavio Fiorentin può raccontarci le ragioni, storiche e personali, che lo hanno portato a scrivere questo importante libro.

 

Dott. Fiorentin, come è stata la Sua infanzia prima di diventare “profugo in Patria”?

 

Fino alla 1a elementare la mia infanzia si è svolta a Villa del Nevoso , un bel paese del Carso. Quel periodo(1935-1940) fu particolarmente felice e divertente.  Ricordo  una mia evasione dall’asilo conclusasi sulla piazza del paese ove amici di famiglia mi trovarono mentre ero impegnato a dirigere lo scarso traffico.(come avevo visto fare alla guardia comunale)  Ma, in generale, tutti i pomeriggi il branco di amici si riuniva tra le cataste di legname della locale segheria ove si organizzavano battaglie del genere praticato dai “ragazzi della via Paal”.

 

Dopo il 1943 Fiume si trovò sulla rotta Brindisi-Vienna-Berlino. Allora la vita divenne per me avventurosa sotto frequenti bombardamenti, ore passate nei rifugi, soste davanti alle case centrate dalle bombe. La mia vita era stata anche allietata dalla chiusura delle scuole, requisite e trasformate in caserme.

Si seguivano le lezione trasmesse dalla locale stazione radio e si facevano i compiti assegnati senza troppa ansia.

Insomma per me una pacchia.

 

Si può dire che la Sua infanzia sia stata felice, almeno fino ad un certo punto…

 

Nella mia infanzia il ricordo più felice riguarda le vacanze di Natale quando dall’isola di Veglia arrivavano a casa nostra per una quindicina di giorni mia nonna paterna Marietta e zia Pierina, la sorella minore di papà. Arrivavano stracariche di cestini di croccante riempite di frittole.  Il compito principale delle due gradite ospiti era quello di intrattenere dopocena la famiglia in giochi natalizi,dalla tombola,al pampalugo, al monopoli, ecc.

 

Il ricordo più triste é stato il giorno 10 maggio 1945 quando mio padre non tornò a pranzo. Sapemmo in serata che era stato arrestato. Nei giorni seguenti dalla piazza sottostante lo potemmo scorgere oltre le inferiate di un alto finestrino del carcere e parlargli a motti. Nel frattempo mamma rimasta senza alcun stipendio ad attendere il rilascio di papà. Manteneva la famiglia vendendo i servizi di piatti e bicchieri o il proprio corredo alle contadine dei dintorni in cambio di generi alimentari. Contemporaneamente organizzava con qualche ritocco a documenti di dubbia origine il passaggio della”cortina di ferro“, avventura che meriterebbe da sola un capitolo di romanzo.

 

Ecco la mia infanzia! Essa terminò a 9 anni con la nostra fuga da Fiume e con l’assunzione della qualifica di “profugo” in Patria.

 

 

Perché scrivere il libro?  Cosa spera che si colga tra le righe di ciò che ha scritto?

 

 

 

E’ abbastanza evidente come sussista a tutt’oggi una diffusa mancanza di conoscenza della storia delle popolazioni della sponda orientale dell’Adriatico (ma anche del Triveneto). Esiste una  reticenza o disinformazione al riguardo da parte di alcuni storiografi e di Organi ufficiali dello Stato. Ciò  mi ha convinto dell’ esigenza morale ed importanza che chi sa qualcosa lo faccia conoscere al grande pubblico e non si  limiti a rimuginare i propri dolorosi ricordi senza alcuna utilità pratica.

 

La non verde età mi ha spinto, due anni fa, a non rinviare ulteriormente l’adempimento a tale dovere. La necessità morale di provvedere a tale compito era però già nata fin da ragazzo con l’ arrivo in Italia, conversando con i compagni di classe, gli amici ed i conoscenti, forse curiosi ma generalmente non informati.

 

…e così si è “imbarcato” in questa avventura…

 

La mia fatica  si è proposta di dimostrare ai lettori  che il Triveneto e la sponda orientale adriatica era un tutt’uno, di chiara origine latina e italiana e comunque non slava italianizzata. Volevo altresì far capire che il compiersi dell’unità d’Italia nel 1918 fu un sostanziale “ritorno” più che un’ annessione e che con tale completamento d’Italia il Fascismo nulla ha avuto a che fare.

 

Si tratta di una “rivisitazione” di un periodo storico non frequentemente trattato e trascurato o travisato nel mondo della scuola. Ma essa, se fatta con un minimo di attenzione, comporta il riesame di fatti caduti nell’oblio e di alcuni fatti obiettivi noti. – ma volutamente ignorati o colpevolmente occultati all’opinione pubblica-

 

Spero che i lettori colgano anzitutto la mia buona fede nel proporre fatti pacifici e noti, ma raccolti secondo un filo logico e cronologico per la miglior comprensione e comodità del lettore.

 

La parte del libro che é stata più facile da scrivere  é quella che ho potuto apprendere dalla viva voce dei miei nonni e dei miei genitori e quella, molto più limitata, di diretta conoscenza.

 

Mi sembra che il risultato raggiunto,con mia soddisfazione, possa considerarsi un contributo modesto ma  utile al diradamento della “nebbia” fino ad ora imperante sull’arco temporale trattato.

 

Grazie Dott. Fiorentin e a voi tutti: BUON LETTURA!

Libri correlati

Lascia un commento

{{>icon-text text="Carrello" icon="cart" classes="vertical" text-type="heading1"}}
{{> cart-items classes="middle-cart"}} {{> mini-review-order }} {{> buttons type="normal" text="Visualizza carrello"}}
{{>icon-text text="Ricerca" icon="search" classes="vertical" text-type="heading1"}} Off canvas search content here!

Ciao (non sei ? Logout)

Dalla bacheca del tuo account puoi visualizzare i tuoi ordini recenti, gestire i tuoi indirizzi di spedizione e fatturazione e modificare la password e i dettagli dell'account.