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25 aprile: LIBERAZIONE dal dogma

Enrico Bonessa

   
16 Aprile 2019

Allorché il tempo venne organizzato dagli uomini attraverso i calendari, lo scorrere degli anni è stato scandito dalle più svariate date simboliche e celebrative. Dapprima sacre e legate essenzialmente ai cicli della Natura, poi sempre più profane e ideologizzate, passando attraverso quelle liturgiche e religiose.

E se quelle legate alla sacralità erano espressione di una visione universalistica della realtà, quelle profane sorgono di tanto in tanto per rinnovare all’infinito un fatto giudicato significativo per una specifica comunità umana, piccola o grande che sia.

Il 25 aprile, giorno di San Marco e perciò assai caro a quella straordinaria entità plurisecolare ch’era la Repubblica di Venezia, nel 1945 assurse per l’odierna Repubblica italiana a ben altra celebrazione.

La conclusione d’una guerra civile durata circa 600 giorni e iniziata da un re che, rovesciando le alleanze belliche, trascinò il Bel Paese in una lotta fratricida risoltasi ufficialmente con la vittoria di un’eterogenea compagine politico-militare di 60-80.000 partigiani (gli anti-fascisti) nei confronti di almeno 570.000 sostenitori d’una specifica idea d’Italia (i fascisti).

I vincitori:

Azionisti, militari monarchici, liberali, ma pure quei socialisti e comunisti che a cavallo del 1920 preferivano non troppo pacificamente la bandiera rossa al Tricolore, guardando speranzosi alla Russia bolscevica. Così come v’erano quei popolari che fino a vent’anni prima sventolavano con una certa intemperanza la bandiera bianca, inneggiando non all’Italia ma al papa re.

In parte alleati cogli ex nemici anglo americani (i cui bombardamenti aerei costarono la vita a 65-80.000 civili italiani) e in parte coi comunisti jugoslavi (che trucidarono almeno 8.000 italiani, di cui circa la metà civili) strizzando l’occhio a Stalin. Non dimentichiamoci poi degli alleati francesi, le cui truppe maghrebine inflissero fino a 60.000 violenze e stupri noti come marocchinate, e che avanzavano da Sud parimenti alle truppe rimaste fedeli al re, formate da 150-190.000 uomini oramai dimenticati.

Visto che si è accennato alle vittime civili, non possiamo ignorare gli oltre 9.000 fascisti, veri o presunti, ammazzati dai comunisti a guerra finita.

I vinti:

I fascisti, e spesso semplicemente patrioti, ancora fedeli all’originaria alleanza con la Germania e da essa ideologicamente distinti e distanti, benché una certa propaganda abbia fuso gli uni e l’altra in un improbabile ‘nazifascismo’.

Una Germania le cui dure rappresaglie causarono la morte di 10.000 civili italiani oltre a 10.000 morti per deportazione. A tal proposito, non è un mistero che il cinico scopo della componente comunista era proprio di scatenare le rappresaglie (previste dal diritto bellico) per infondere nella popolazione l’odio verso le truppe germaniche. Rappresaglie naturalmente evitabili se i responsabili fossero usciti allo scoperto rispondendo personalmente delle loro azioni, come invece dovette ad esempio fare al loro posto uno straordinario eroe quale il Carabiniere Salvo D’Acquisto.

E gli altri…

Se ai combattenti non responsabili di violenze sui civili va riconosciuto il coraggio d’aver messo a repentaglio la vita per i propri ideali, intorno ad essi brulicava una massa d’individui che nulla fecero né rischiarono. Quelli che lo stesso Gramsci avrebbe definito sprezzantemente ‘gli indifferenti’ e ai quali premeva aver salva la pelle.

Fra essi, molti uomini con precedenti esperienze politiche e poi iscrittisi al PNF, ottenendo spesso cariche e onori, tenutisi ben alla larga dagli eventi bellici per ricomparire però da vincitori a guerra conclusa, assurgendo al rango di personalità per lo più democristiane e che una certa agiografia descrive immacolati da compromessi col passato regime. O magari zelanti sostenitori del fascismo, firmatari del Manifesto della razza, prudentemente espatriati durante la guerra per poi figurare tra i deputati DC alla Costituente (ci riferiamo ad Amintore Fanfani).

Lettera informativa inviata dalla Questura al Prefetto di Udine su Tiziano Tessitori, che venne indicato dall’Unione Fascista Professionisti e Artisti di Udine al Ministero per la Stampa e la Propaganda come uno dei 12 propagandisti della provincia in caso di mobilitazione – 29.10.1936 (ASUd- Prefettura di Udine – Gabinetto – b. 15, fasc. 60, c. 136)

A quella lista sarebbero da aggiungere i nomi di molti trasformisti e non parliamo di giovani tipo Nilde Iotti, Dario Fo o Giovanni Spadolini, beneficiari di tutte le attenuanti anagrafiche del caso, ma di soggetti più o meno maturi. E talvolta pure celebri, come Norberto Bobbio, il quale in un’intervista disse candidamente che fu «fascista tra i fascisti e antifascista tra gli antifascisti». Destini e fortune ben diversi rispetto a quelli di uomini come Nicola Bombacci…

Malgrado le idee disomogenee e incompatibili, i vincitori (veri e sedicenti) riuscirono a realizzare fondamentali compromessi: la Costituzione repubblicana e la consacrazione del dogma anti-fascista quale sigillo di una nuova era.

Dogma che dal 1968 venne però sostanzialmente avocato a sé dalla componente comunista, ispirata a un’ideologia che per realizzare il suo utopistico concetto di libertà ha offerto al genere umano il più immenso cimitero di vittime sacrificali. E i cui sostenitori ne mistificano ancor oggi il vero volto, fino a mascherarlo con rubiconde e sorridenti facciotte di partigiane jugoslave agghindate con la famigerata titovka.

Essi ne enfatizzarono velenosamente la retorica appropriandosi dei suoi simboli come il 25 aprile, divenuto il punto di partenza di un’azzerata e inamovibile storia italiana, demonizzando un nemico sconfitto ormai da decenni ma da ravvivare al bisogno come alibi di un’egemonia ideologica.

Ogni dogma, questo compreso, necessita di due categorie: il giusto e lo sbagliato, che conducono inesorabilmente a quelle di bene e di male, che essendo tali non devono essere poste in discussione. Quante voci gridarono infatti all’eresia quando, già negli anni Sessanta, qualche storico ignorò la scritta ‘vietato aprire’ impressa sulla scatola nera in cui era stato frettolosamente rinchiuso il fascismo (e con esso buona parte della precedente storia unitaria), iniziando a dipanare ciò che doveva essere invece mistificato o rimosso.

I fatti esposti con onestà intellettuale poterono così narrare un fascismo non più solo fatto di olio di ricino, cesarismo, lotta al dissenso, uniformi e parate, ma un fenomeno storico tutto italiano, articolato in varie fasi ed estremamente eterogeneo e complesso. Meritevole -malgrado errori e difetti- di un ben diverso giudizio sotto svariati profili e che molto spesso, lo si voglia o no, seppe ben interpretare l’anima italiana in molteplici suoi aspetti.

Sono trascorsi quasi tre quarti di secolo da quel 25 aprile 1945, ma qualcuno ci resta inchiodato per due motivi.

Il primo motivo è semplice: l’anti-fascismo soffre di una sudditanza e di una dipendenza assolute rispetto al fascismo, essendone infatti l’ombra, la proiezione negativa ed è solo grazie al fascismo se l’anti-fascismo può continuare a esistere. Tenere in vita, anzi rendere immortale quel nemico si rivela pertanto essenziale.

Un nemico, fra l’altro, non solo demonizzato ma del tutto sconosciuto perché il fallito tentativo di rimozione mnemonica nei riguardi del fascismo ha avuto un devastante effetto sullo stesso anti-fascismo, tanto che questo non sa più cosa stia combattendo e conseguentemente quale sia la propria, di identità.

Il secondo motivo ha invece dei risvolti psicanalitici. Il rapporto dell’anti-fascismo col fascismo è un vero disturbo narcisistico della personalità. Un disturbo che si rifà al mito greco di Narciso, il quale visse in un esasperante rapporto di odio-amore verso il potente padre Cesifo, dio dell’omonimo fiume, imitandolo in una competizione di crudeltà e respingendo sprezzantemente l’amore di chiunque per poi morire affogato, e solo, nell’adorazione di se stesso.

Chi è affetto da tale disturbo sfugge in maniera infantile a un padre dominante e idealizzato come un semi-dio, odiato ma interiorizzato e col quale competere sul piano della distruzione. Per di più egli vive in un’arrogante esaltazione di sé, nel solitario disprezzo verso tutti ch’egli giudica inferiori e sciocchi.

Ma in cosa si assomigliano l’anti-fascismo della guerra civile e quello odierno?

Per capirlo, chiediamo aiuto alla fantasia. Visto che van di moda i film tipo Sono tornato, varrebbe davvero la pena realizzarne uno analogo avente come protagonista un personaggio della stazza di Ferruccio Parri, decorato di tre Medaglie d’Argento al Valor Militare durante la Grande Guerra, o di Giuseppe Cordero di Montezemolo, capo della Resistenza romana e ufficiale monarchico ucciso alle Fosse Ardeatine.

(Giuseppe Cordero di Montezemolo)

 

Sarebbe curioso osservare il prescelto mentre sfila nel fracasso di quei pittoreschi cortei antifà di rasta, spinellati, hippies fuori tempo massimo, clandestini, che nell’annichilimento dell’estetica confondono l’eccesso di libertà con un’irresponsabile anarchia distruttiva, proponendo il vuoto assoluto.

Gli stessi che impediscono pedestremente e pedantemente agli altri di parlare e manifestare e che dalla violenza verbale non hanno scrupoli di passare a quella fisica, riuscendo sempre a figurare magicamente e piagnucolosamente come vittime.

Una psicosetta di matrice adolescenziale che pretende diritti senza doveri e benessere senza sacrificio, reclamando tutto dalla società senza però offrire nulla ad essa.

E che in un trionfo di esterofilia autodistruttiva preferisce l’inglese all’italiano e l’Europa all’Italia, l’immigrato straniero nullafacente all’emigrante italiano talentuoso, la shoah alle foibe, le adozioni omosessuali alla famiglia naturale, i sussidiati ai produttori, l’affarismo di certe ONG alle leggi, il disordine all’ordine, la bandiera arcobaleno al Tricolore.

Dopo un’edificante esperienza del genere, l’infelice protagonista di codesto surreale film potrebbe trascorrere un istruttivo pomeriggio fra i componenti di un’altra categoria.

Gli anti-fascisti da salotto, le cui eroiche azioni si circoscrivono a qualche asettica diretta televisiva, manifestando il loro pensieroso impegno civile con visi grevi e funerei.

Sedicenti partigiani moderni che lottano strenuamente coi polpastrelli, digitando qualche proclama online dal salotto di casa (ubicata preferibilmente negli States), anteponendo le loro rendite di posizione ad antichi valori di una comunità dalla quale distano anni luce e che (orrore!) qualcuno osa ancora chiamare fascisticamente ‘Patria’.

Degli intoccabili illuminati, che si pavoneggiano della loro olimpica posizione anti-fascista fra un cocktail e un party, magari dimostrando la loro altezzosa democraticità facendosi dare del ‘tu’ dal loro domestico ‘subsahariano’. Meglio se arrivato clandestinamente, perché fa ancora più chic.

Disseminati fra entrambe le categorie s’incontrerebbero quei presunti intellettuali, compiacenti giornalisti, membri di associazioni e di cooperative che godono d’una privilegiatissima condizione sociale, fondata su finanziamenti pubblici tanto più lauti quanto più alto è il livello di antipatriottismo ostentato.

Insomma, l’anti-fascismo che nella sua originaria e conflittuale eterogeneità era composto da decine di migliaia di combattenti, passato attraverso il conformismo di massa, il ‘vietato-vietare’ sessantottino, la partitocrazia e le manette di Tangentopoli, lo yacht di D’Alema e la mortadella europeista di Prodi, eccolo infine approdato a due categorie asserragliate in un avvelenato deserto ideologico.

Un deserto dal quale escono in rabbiose e inquisitorie spedizioni punitive per intromettersi in ogni aspetto della vita altrui, imponendo ciò che vogliono loro e proibendo ciò che gli altri desiderano per sé stessi.

E se non la spuntano per lo sfinimento del malcapitato di turno, ecco trascinare i più caparbi in qualche aula giudiziaria o al ludibrio mediatico grazie ai soliti quotidiani. Quelli sempre pronti a celebrare l’attore americano del momento erettosi a intellettuale di punta, o meglio da operetta, ignorando quale differenza passi fra Mussolini, Trump, Tarrant, Hitler, Putin, Pinochet, Salvini, Orbán, tutti messi in un unico stupefacente calderone bollato come ‘fascismo’.

In questo trionfo di retorica e di conflittualismo cronico, che tanto spaventa i silenti conformisti un po’ imbelli e un po’ bigotti, gli anti-fascisti celebrano la Liberazione negando però la libertà altrui, classificando psicoticamente ‘fascista’ tutto ciò che è sempre stato normale persino nella sessualità e nel lessico. Considerandosi portavoce d’una maggioranza fantasma che, a loro dire, bramerebbe privilegiare una microgalassia di minoranze, attuando quella che è giuridicamente definita ‘discriminazione alla rovescia’. Abusando dell’aggettivo ‘democratico’ ma aborrendo le scelte popolari. Pretendendo l’accettazione delle loro (anti) idee e riservando l’intolleranza verso le altre. Ergendosi a numi dell’anti-razzismo ma alimentando un grottesco auto-razzismo a discapito di tutti gli italiani che dovrebbero, non si sa bene perché, gongolare.

Ma non preoccupiamoci troppo. In tutta questa multicolore libertà, simbolizzata da un 25 aprile che non unisce ma lacera, c’è sicuramente un senso.

Quale sia, forse non lo sanno neppure molti dei suoi celebranti. Perché, come scrisse Goethe: “nessuno è più schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo”.

 

N.d.R Enrico Bonessa è anche autore di: “L’infinita polemica”

 

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Compagnia Volontari Alpini Gemona – La ricerca

Marco Siega

25 Febbraio 2019

Salita a Spina Pesce

 

La vallata di Bordaglia, sopra Pierabech e Forni Avoltri, è nota a tutti gli amanti della montagna per la sua bellezza e l’omonimo lago è meta frequentatissima dagli escursionisti.

Sul lago di Bordaglia campeggia una piccola altura, non segnata esplicitamente sulle cartine, una cresta a picco sia sul versante del falso Passo Giramondo che, ancora di più, su quello del Rio Volaia.

Per la sua conformazione, ai tempi della Grande Guerra fu chiamata Spina Pesce dai soldati italiani e tuttora è conosciuta con questo nome.

Fu teatro di aspri scontri per i soldati della Compagnia Volontari Alpini Gemona, che nel 1916 per primi la occuparono, la plasmarono per la vita in quota e la difesero dagli attacchi austriaci.

Essendo il simbolo delle glorie militari della suddetta Compagnia, dovevo in tutti i modi conoscerla, esplorarla, viverla. Dovevo farlo non solo per la precisione di quanto riportato nel mio lavoro, ma per capire io stesso quella montagna e i suoi spazi, immaginarmi la vita lì, sotto il fuoco di cannoni e mitragliatrici.

Per questo molte volte avevo tentato di raggiungere la sommità della cresta, di percorrerla interamente, di esplorarne i meandri.

Ogni volta che la approcciavo, però, mi limitavo a fermarmi dove già molti erano stati: il ridottino di quota 2050 (2051 sulle mappe moderne) e non oltre.

Rimandavo l’esplorazione di mese in mese, di anno in anno.

Salendo sempre dalla parte (ex) austriaca, ripida ma affrontabile, a volte mi sono spinto oltre il ridottino, in piedi tra i due abissi, ma sono sempre rimasto paralizzato dopo qualche passo.

Il vento sferza insistente da tutti i lati, la parete precipita sia a destra che a sinistra senza possibilità di appiglio; la roccia è liscia, stretta, coperta qua e là da pericoloso ghiaino.

Un’altra volta ho tentato l’ascesa da parte italiana, con la difficoltà che, per l’impervietà delle pareti, mai nessuno era riuscito a rintracciare la via d’accesso usata dai soldati italiani.

Pur non avendo trovato tracce che mi dessero ragione, avevo comunque individuato un certo canale come unica possibile via d’accesso italiana a Spina Pesce. Con fatica, per parete erbosa ma quasi verticale, sono arrivato sulla cresta.

Come avrei scoperto in seguito, ad un certo bivio del canale, presi la direzione sbagliata, arrivando su un punto privo di qualsiasi traccia di guerra.

Avendo già osato tanto per arrivare fino a lì, desistetti anche in quell’occasione, dubitando che il canale da me individuato fosse corretto.

Non potendo più prorogare l’esplorazione, mi sono deciso a chiedere aiuto a Riccardo Del Fabbro, qualificata guida alpina di Forni Avoltri.

Giunti alle pendici di Spina Pesce, ci siamo avvicinati al canale da parte italiana che già avevo approcciato.

Riccardo concorda con me: sembra l’unica via che gli italiani possano aver percorso.

Così ho indossato il caschetto e l’imbrago e ho lasciato che lui aprisse la strada.

Man mano che salivo pensavo alle differenze della salita a distanza di cento anni:

oggi, comodamente assistito da una guida alpina, libero di sfruttare gli appigli migliori, imbragato per sicurezza;

allora, aiutati solo da una corda “manilla” inchiodata alle rocce, chini sotto il tiro degli austriaci appostati su Creta Bordaglia e carichi del peso di rifornimenti, munizioni, armamenti.

Salendo, prendiamo un’altra direzione rispetto a quella che avevo preso nel mio tentativo in solitaria.

Riccardo che mi precede mi conferma a voce:

siamo nel posto giusto, ci sono tracce di guerra.

Giunti sulla cresta, incontriamo segni inconfondibili: postazioni squadrate intagliate nella roccia viva, muretti a secco ancora pressoché intatti, slarghi scavati per concedere ai soldati del presidio il minimo di posto necessario alla vita sul luogo.

Superando una minuscola selletta, mi si apre davanti agli occhi un altrettanto minuscolo villaggio di guerra, nelle viscere della montagna.

Laddove pensavo che non ci fosse il minimo spazio, ecco che gli italiani avevano ricavato un angolo di dimensioni non indifferenti. E’ completamente al riparo di una sporgenza rocciosa che proteggeva dalla vista del presidio austriaco del Biegenkopfe, sulla catena del Volaia.

Ci avviamo lungo la trincea larga circa un metro e mezzo, incontriamo una cavernetta quadrata. Si intravedono i segni di un tetto sulla roccia soprastante, evidentemente a copertura del baracchino che sapevo essere stato costruito sul luogo:

torna, tutto torna, tutto combacia con le fonti.

M’immagino il comandante del presidio, a coordinare gli uomini presenti sulla quota e mandare notizie alle retrovie.

M’immagino il silenzio imperativo per non farsi scoprire, le piogge e le nevicate, il vento freddo che faceva scricchiolare le assi del baracchino e tremare gli inquilini.

Procedendo, il camminamento ci porta ad una seconda cavernetta, più profonda e a forma di L.

Si vedono le tracce della vita di guerra: chiodi appesi ai muri di roccia, con ancora appesi dei fili di ferro, probabilmente per appendere vari oggetti personali o una lampada a olio di fortuna, magari ricavata da una bomba a mano SIPE svuotata, com’era tipico. Per terra alcune scatolette e pezzi di legno marcio.

Il silenzio si palpa, si sente, parla: sembra che l’ultimo soldato se ne sia andato da qui solo qualche mese fa.

Facciamo una svolta e ci rifugiamo dai raggi del sole in un canale stretto, angusto, con pareti ravvicinate, umide, a piombo.

Dai residui di roccia e di scatolette si intuisce un ulteriore piccolo posto, dal quale cento anni fa partiva la scaletta di corda che portava sulla cresta.

Io propongo di cercare un’altra via, ma Riccardo insiste: faremo la stessa via che percorrevano gli italiani ogni giorno! E così mi anticipa, arrampicandosi come un ragno; arriva sulla cresta in breve tempo e mi fa cenno di seguirlo.

Senza una scala di corda la salita è difficile anche con l’assicurazione dell’imbrago, le pareti sono davvero lisce e scivolose.

Di tanto in tanto c’è ancora qualche chiodo che, per aver resistito un secolo, ispira ancora fiducia e al quale mi aggrappo con forza.

Con fatica, esco anche io sulla cresta.

Ci troviamo al riparo di un basso muretto cementato, alto forse mezzo metro, esattamente sull’uscita dall’insenatura.

Qui iniziava a battere il fuoco austriaco.

Da lì infatti inizia la trincea che si alza di quota, fino a terminare più in là con quota 2045, il più avanzato piccolo posto ad essere rimasto sempre in mano italiana.

Ci guardiamo intorno a fondo, di continuo, in silenzio: per me è tutta una novità e sento mio quel luogo.

Devo memorizzare spazi, punti di vista, postazioni, certamente per il libro, ma ancor di più per dare una collocazione reale agli avvenimenti che conoscevo e di cui avevo letto e riletto nella mia ricerca.

La trincea ha i parapetti crollati verso l’interno, ma ci avviamo in salita camminando al centro.

Dopo pochi passi, mi salta all’occhio un oggetto che sporge dai sassi, lo estraggo: è un cucchiaio d’ordinanza italiano.

Gli è stata fatta a caldo una torsione sul manico, evidentemente come personalizzazione e, forse, anche per vincere i frequenti momenti di noia. Tra quelli in cui, invece, la noia non c’era affatto e lasciava spazio a coraggio, senso del dovere e paura.

Non appena il percorso si fa più pianeggiante, si intravedono le tracce di un piccolo posto di vedetta, di cui si intuisce il perimetro dai resti dei muri. E’ una specie di quadrato di circa un metro e mezzo per lato, proteso verso la valle del rio Volaia e sovrastante la trincea da cui siamo partiti.

Da qui la trincea si fa più larga, coperta ad altezza d’uomo sul versante battuto da Creta Bordaglia, mentre oggi quasi completamente esposta allo sguardo dominante del Biegenkopfe.

Dopo circa venti metri raggiungiamo un piccolo spiazzo, in realtà da considerarsi grande per il posto in cui ci troviamo: è il caposaldo italiano di quota 2045.

All’angolo, una piccola cavernetta di un paio di metri tenta di inabissarsi nuovamente nella montagna.

Ci entro con difficoltà, sia per la sterpaglia che ormai ne ricopre l’ingresso, ma anche per tratti di filo spinato appesi alle pareti, probabilmente utilizzati per appendere qualche oggetto.

Mi immagino quanti materiali, quante persone si accalcassero e mescolassero in così poco spazio, nel quale mi muovo a fatica anche da solo con il mio zaino.

Esploro lo spiazzo, mi sporgo in alto e vedo troneggiare davanti a me quota 2050, così vicina, ma così lontana immaginando di doverla percorrere sotto il grandinare degli shrapnel, l’esplosione delle granate, le sventagliate delle mitragliatrici.

Ci avviamo in quella direzione, superando una piccola strettoia della cresta, esposta ai lati, ma che subito dopo si apre alla visione di quota 2050 mantenendo il fianco sinistro protetto.

Da qui, si intuiscono le due piccole cavernette scavate dagli italiani a una decina di metri dalla sommità

Cavernette è in realtà un termine generoso per descrivere due minime insenature, nelle quali nemmeno si notano segni di scavo.

Ormai siamo arrivati: superiamo con pochi balzi i metri che rimangono e siamo in piedi sul ridottino di quota 2050. La struttura è in cemento armato, anche se ormai in via di sgretolamento e conviene non farvi troppo affidamento. Un fondo in legno d’appoggio per le vedette è ormai sfondato e più sotto rimangono accatastate le travi spezzate.

Il ridottino presenta feritoie dirette verso gli italiani, a dimostrazione del fatto che furono gli austriaci a costruirlo, nonostante originariamente fosse un posto avanzato dove gli italiani inviavano quotidianamente una vedetta. Scoperti, dovettero ritirarsi a presidio di quota 2045 e quota 2050 divenne contesa.

Qui irruppero i volontari alpini, qui rimase colpito a morte il caposquadra Timeus Giacomo di Gemona, apripista dell’assalto del 27 agosto 1916.

Ecco davanti a noi la trincea tanto combattuta: larga almeno un metro, protetta in direzione del rio Volaia, con un parapetto di circa un metro verso Creta Bordaglia.

Pochi metri, una decina, separano quota 2050 e quota 2048, di poco più bassa, dove si erano arroccati gli austriaci.

Con un minimo margine d’errore, mi rendo conto di camminare sulle rocce che hanno conosciuto il sangue di così tante persone. Rocce che hanno raccolto l’ultimo respiro del caposquadra Antonini Quinto di Gemona, già reduce dalla Libia, caduto nel vuoto il 27 agosto 1916.

Il 28 agosto 1916 caddero qui anche i volontari alpini Tessitori Luigi, di Gemona, e Garlatti Costa Girolamo, di Forgaria, amici già da prima della guerra. Del Tessitori non venne nemmeno recuperata la salma.

Tutti i caduti italiani furono decorati di medaglia d’argento al valore.

A quota 2048 si nota lo slargo dove resistevano gli austriaci.

Da lì, la traccia di sentiero di guerra precipita, seguendo il declivio che si abbassa rapidamente in direzione del falso Passo Giramondo.

Siamo ancora molto alti.

Su questo versante, estremamente più approcciabile di quello italiano, gli austriaci ebbero modo di predisporre diversi punti di ricovero, con caverne di discreta dimensione, ancora visitabili, ma ricoperte di macerie.

Tornati a livello del sentiero che porta a Passo Giramondo, ci dirigiamo in quella direzione. Così  posso concludere la visita con uno sguardo silenzioso sui resti del cimitero austriaco, dove pare che fu sepolto anche il volontario Garlatti Costa.

Rientro a casa con molti elementi per la mia ricerca, ma soprattutto con un tassello in più per garantire il ricordo di quei volontari.

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Il vero significato della memoria storica

Flavio Fiorentin

L’autore  è nato a Verteneglio(provincia di Pola)nella casa materna ,ma appartiene a famiglia “bòdola” cioè da sempre presente nella città di Veglia sull’isola dalmata omonima. Egli, da ultimo, è profugo(9.IX.1945) dalla città di Fiume da lui lasciata a nove anni. Le riferite “radici” personali dell’autore lo qualificano particolarmente a raccogliere e tramandare a futura memoria la storia delle popolazioni della sponda orientale adriatica nell’arco temporale dal 1797 al 1918, inquadrandola in quella d’Italia e d’Europa.      
1 Febbraio 2019

Oggi vogliamo conoscere meglio Flavio Fiorentin, autore de

“L’eredità del leone. Dal Trattato di Campoformio (1797) alla Prima Guerra Mondiale (1918)”

 

Consideriamo doveroso un approfondimento con questo autore che può aiutarci a capire cosa significhi essere profugo. Flavio Fiorentin può raccontarci le ragioni, storiche e personali, che lo hanno portato a scrivere questo importante libro.

 

Dott. Fiorentin, come è stata la Sua infanzia prima di diventare “profugo in Patria”?

 

Fino alla 1a elementare la mia infanzia si è svolta a Villa del Nevoso , un bel paese del Carso. Quel periodo(1935-1940) fu particolarmente felice e divertente.  Ricordo  una mia evasione dall’asilo conclusasi sulla piazza del paese ove amici di famiglia mi trovarono mentre ero impegnato a dirigere lo scarso traffico.(come avevo visto fare alla guardia comunale)  Ma, in generale, tutti i pomeriggi il branco di amici si riuniva tra le cataste di legname della locale segheria ove si organizzavano battaglie del genere praticato dai “ragazzi della via Paal”.

 

Dopo il 1943 Fiume si trovò sulla rotta Brindisi-Vienna-Berlino. Allora la vita divenne per me avventurosa sotto frequenti bombardamenti, ore passate nei rifugi, soste davanti alle case centrate dalle bombe. La mia vita era stata anche allietata dalla chiusura delle scuole, requisite e trasformate in caserme.

Si seguivano le lezione trasmesse dalla locale stazione radio e si facevano i compiti assegnati senza troppa ansia.

Insomma per me una pacchia.

 

Si può dire che la Sua infanzia sia stata felice, almeno fino ad un certo punto…

 

Nella mia infanzia il ricordo più felice riguarda le vacanze di Natale quando dall’isola di Veglia arrivavano a casa nostra per una quindicina di giorni mia nonna paterna Marietta e zia Pierina, la sorella minore di papà. Arrivavano stracariche di cestini di croccante riempite di frittole.  Il compito principale delle due gradite ospiti era quello di intrattenere dopocena la famiglia in giochi natalizi,dalla tombola,al pampalugo, al monopoli, ecc.

 

Il ricordo più triste é stato il giorno 10 maggio 1945 quando mio padre non tornò a pranzo. Sapemmo in serata che era stato arrestato. Nei giorni seguenti dalla piazza sottostante lo potemmo scorgere oltre le inferiate di un alto finestrino del carcere e parlargli a motti. Nel frattempo mamma rimasta senza alcun stipendio ad attendere il rilascio di papà. Manteneva la famiglia vendendo i servizi di piatti e bicchieri o il proprio corredo alle contadine dei dintorni in cambio di generi alimentari. Contemporaneamente organizzava con qualche ritocco a documenti di dubbia origine il passaggio della”cortina di ferro“, avventura che meriterebbe da sola un capitolo di romanzo.

 

Ecco la mia infanzia! Essa terminò a 9 anni con la nostra fuga da Fiume e con l’assunzione della qualifica di “profugo” in Patria.

 

 

Perché scrivere il libro?  Cosa spera che si colga tra le righe di ciò che ha scritto?

 

 

 

E’ abbastanza evidente come sussista a tutt’oggi una diffusa mancanza di conoscenza della storia delle popolazioni della sponda orientale dell’Adriatico (ma anche del Triveneto). Esiste una  reticenza o disinformazione al riguardo da parte di alcuni storiografi e di Organi ufficiali dello Stato. Ciò  mi ha convinto dell’ esigenza morale ed importanza che chi sa qualcosa lo faccia conoscere al grande pubblico e non si  limiti a rimuginare i propri dolorosi ricordi senza alcuna utilità pratica.

 

La non verde età mi ha spinto, due anni fa, a non rinviare ulteriormente l’adempimento a tale dovere. La necessità morale di provvedere a tale compito era però già nata fin da ragazzo con l’ arrivo in Italia, conversando con i compagni di classe, gli amici ed i conoscenti, forse curiosi ma generalmente non informati.

 

…e così si è “imbarcato” in questa avventura…

 

La mia fatica  si è proposta di dimostrare ai lettori  che il Triveneto e la sponda orientale adriatica era un tutt’uno, di chiara origine latina e italiana e comunque non slava italianizzata. Volevo altresì far capire che il compiersi dell’unità d’Italia nel 1918 fu un sostanziale “ritorno” più che un’ annessione e che con tale completamento d’Italia il Fascismo nulla ha avuto a che fare.

 

Si tratta di una “rivisitazione” di un periodo storico non frequentemente trattato e trascurato o travisato nel mondo della scuola. Ma essa, se fatta con un minimo di attenzione, comporta il riesame di fatti caduti nell’oblio e di alcuni fatti obiettivi noti. – ma volutamente ignorati o colpevolmente occultati all’opinione pubblica-

 

Spero che i lettori colgano anzitutto la mia buona fede nel proporre fatti pacifici e noti, ma raccolti secondo un filo logico e cronologico per la miglior comprensione e comodità del lettore.

 

La parte del libro che é stata più facile da scrivere  é quella che ho potuto apprendere dalla viva voce dei miei nonni e dei miei genitori e quella, molto più limitata, di diretta conoscenza.

 

Mi sembra che il risultato raggiunto,con mia soddisfazione, possa considerarsi un contributo modesto ma  utile al diradamento della “nebbia” fino ad ora imperante sull’arco temporale trattato.

 

Grazie Dott. Fiorentin e a voi tutti: BUON LETTURA!

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4 Gennaio 2019

Spionaggio, investigazione e mafia ai tempi della Grande Guerra

L’impegno della Polizia durante la prima guerra mondiale non è ancora stato adeguatamente approfondito. Una “dimenticanza” dovuta, anche, alla natura della propria azione, prestata dietro le trincee e lontana dai campi di battaglia, e da una storiografia per anni poco sensibile al fronte interno.

 

Obiettivo e nemici dei poliziotti?

 

Per il Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando i funzionari e gli agenti di polizia  devono «salvaguardare le spalle dell’esercito» contro le forze interne ed esterne anche solo potenzialmente nocive la conduzione della guerra.

Si tratta di forze che stanno minando la regolarità degli approvvigionamenti per l’esercito combattente e i flussi dei coscritti, l’economia di guerra, la coesione nazionale, lo spirito pubblico.

Desta viva preoccupazione l’ondata di inspiegabili incidenti (attentati?) che riducono in cenere due corazzate ancorate nelle acque portuali. (convogli ferroviari di materiale per l’esercito).

Per la Polizia non solo suggestioni e voce pubblica, ma è il nemico interno, lo spionaggio austro-tedesco. Come una serpe maligna si sta annidando nei centri di comando, intercetta le comunicazioni militari, drena informazioni e notizie di carattere militare fin da poter operare efficaci contromisure alle nostre operazioni al fronte.

 

L’ufficio Centrale di investigazione

 

L’Evidenzbureau  sta distendendo una fitta rete di abilissime spie nemiche che, con ingenti risorse economiche, stanno assoldando traditori, sabotatori, fiancheggiatori.. Tra loro, affascinanti donne “amiche” di ufficiali in servizio nei centri di comando dell’esercito, o di personalità dei palazzi di potere.

Contro l’Evidenzbureau Orlando scaglia l’Ufficio Centrale di investigazione. E’unorganismo di intelligence capitanato dal questore Giovanni Gasti, un vero acchiappaspie con abilissimi detective, armati di pistola, placca, catenelle di sicurezza e professionalità. E’ il lato investigativo della Grande Guerra.

 

La retorica della guerra si  infrange sulle quattro Battaglie dell’Isonzo e sul Monte San Michele. Nonostante le stringenti maglie della censura (postale, telegrafica, telefonica…), sia tra la popolazione sia tra i militari inizia a serpeggiare una crescente inquietudine. Si trasforma nei primi preoccupanti casi di insubordinazione e viltà al fronte, diserzione e renitenza, che sfociano nella disfatta di Caporetto.

Scende in campo anche la Polizia. Nelle città alle frontiere, negli scali marittimi e portuali, sui treni e nei locali pubblici capaci investigatori operano minuziosi controlli agli uomini in età di leva per stanare i ricercati dai Tribunali militari.

Il governo accerta che abigeato, mercato clandestino di bestiame e diserzione appartengono allo stesso circuito criminoso.

Orlando invia mille squadriglieri tra poliziotti e carabinieri agli ordini del questore Augusto Battioni, direttore dell’Ufficio Centrale Abigeato Palermo.

 

 

 

Una vicenda praticamente dimenticata. Fu scritta con estenuanti battute e ricerche a cavallo degli uomini di legge a caccia di ladri di bestiame e macelli clandestini. Non solo, anche di veterinari al soldo della mafia e di ingentissime partite di carne senza controlli sanitari, spedite al fronte per il rancio dei combattenti.  Sfibranti galoppate, polvere e sudore, revolver e doppiette, scontri a fuoco. Come nei migliori film western, con morti, feriti, catturati e fucilati.

 

 

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Caporetto e il Centenario della Prima Guerra Mondiale

Redazione

19 Novembre 2018

Battaglia di Caporetto: PrimaGuerra Mondiale

-Si può davvero parlare di disfatta?-

Il 24 ottobre 1917, dopo un bombardamento tambureggiante durato tutta la notte, gli austro-tedeschi attaccarono al mattino. Sfondarono il fronte italiano della II armata a Plezzo e a Tolmino, grazie anche all’impiego dei gas asfissianti. Da qui risalirono la valle dell’Isonzo fino a Caporetto senza praticamente incontrare resistenza.

Contemporaneamente, dopo aver risalito la dorsale del vecchio confine sul Kolovrat, conquistarono il Matajur il 26 ottobre e sciamarono nelle Valli del Natisone ed imboccarono la Val Resia con le truppe operanti da Plezzo.

Ogni valoroso tentativo di fermare gli attacchi fu vano. Il 27 ottobre gli austro-tedeschi entrarono a Cividale e poi dilagarono nella pianura friulana.

La battaglia di Caporetto era al suo culmine!

Per salvare il salvabile, il generale Cadorna, personaggio chiave della Prima Guerra Mondiale, ordinò la ritirata delle proprie truppe prima sul Tagliamento e poi sul Piave. Costrinse così i soldati italiani ad abbandonare la Bainsizza e il Carso per mettersi in salvo oltre il fiume Piave.

 

 

 

 

Con l’arrivo degli austro-tedeschi nella pianura friulana ci fu la perdita di Udine, il 28 ottobre 1917.  Anche le truppe operanti in Carnia, sulle Dolomiti e sulle montagne trentine fino in Valsugana furono costrette a ripiegare su una nuova linea di resistenza. Arretrarono fino a Valstagna, sul Massiccio del Monte Grappa e lungo il Piave.

All’esercito in ritirata in disordine si aggiunse una massa enorme di profughi che abbandonarono le proprie case. Intasarono le strade della ritirata verso il Tagliamento ed il Piave.

Qualcuno, però, riuscì eroicamente a rallentare l’avanzata dell’Esercito austro-tedesco.

Ricordiamo la cavalleria italiana a Pozzuolo del Friuli.

 Il giovane mitragliere che a Sella di Canebola si oppose alle forze nemiche.

 I soldati della Battaglia della Lavia. 

Il sergente mitragliere Angiolo Zampini, sacrificatosi per salvare la popolazione civile non ancora sfollata.

Noi abbiamo deciso di ricordare di questi giovani combattenti. Diamo loro merito e riconoscimento in una collana di libri dal titolo“Oscuri Eroi”.

Ed è in loro onore che non ci sentiamo di parlare in termini di “disfatta” o “sconfitta” di Caporetto ma la vogliamo ricordare come una battaglia in cui nessuno si è mai veramente arreso al nemico.

Continuando la nostra ricerca, abbiamo deciso anche di pubblicare i Diari Parrocchiali. Essi ci riportano  la memoria storica e la narrazione di questo dramma collettivo e, grazie ad un quotidiano aggiornamento, documentano la tragedia vissuta dalla popolazione friulana.

(Ringraziamento a Guido Aviani Fulvio e Santo Montalto per le parole “prese in prestito”…)

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