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Grande Guerra: quello che ancora non sapete

Giulio Quintavalli

Autore di Da sbirro a investigatore – Polizia e investigazione dall’Italia liberale alla Grande Guerra
4 Gennaio 2019

Spionaggio, investigazione e mafia ai tempi della Grande Guerra

L’impegno della Polizia durante la prima guerra mondiale non è ancora stato adeguatamente approfondito; una “dimenticanza” dovuta, anche, la natura della propria azione, prestata dietro le trincee e lontana dai campi di battaglia, e da una storiografia per anni poco sensibile al fronte interno.

 

Obbiettivo e nemici dei poliziotti?

 

Per il Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando i funzionari e gli agenti di polizia devono «salvaguardare le spalle dell’esercito» contro le forze interne ed esterne, anche solo potenzialmente nocive la conduzione della guerra: forze che stanno minando la regolarità degli approvvigionamenti per l’esercito combattente e i flussi dei coscritti, l’economia di guerra, la coesione nazionale, lo spirito pubblico.

Desta viva preoccupazione l’ondata di inspiegabili incidenti (attentati?) che riducono in cenere due corazzate ancorate nelle acque portuali, convogli ferroviari di materiale per l’esercito, e l’andamento delle operazioni militari.

Per la Polizia non solo suggestioni e voce pubblica, ma è il nemico interno, lo spionaggio austro-tedesco: come una serpe maligna si sta annidando nei centri di comando, intercetta le comunicazioni militari, drena informazioni e notizie di carattere militare fin da poter operare efficaci contromisure alle nostre operazioni al fronte.

 

 

L’Evidenzbureau  sta distendendo una fitta rete di abilissime spie nemiche che, con ingenti risorse economiche, stanno assoldando traditori, sabotatori, fiancheggiatori.. Tra loro, affascinanti donne “amiche” di ufficiali in servizio nei centri di comando dell’esercito, o di personalità dei palazzi di potere.

Contro l’Evidenzbureau Orlando scaglia l’Ufficio Centrale di investigazione, organismo di intelligence capitanato dal questore Giovanni Gasti, un vero acchiappaspie con abilissimi detective, armati di pistola, placca, catenelle di sicurezza e professionalità: è il lato investigativo della Grande Guerra.

 

 

Mentre la retorica della guerra si sta infrangendo sulle quattro Battaglie dell’Isonzo, sul Monte San Michele, nonostante le stringenti maglie della censura (postale, telegrafica, telefonica…), sia tra la popolazione sia tra i militari inizia a serpeggiare una crescente inquietudine, che si trasforma nei primi preoccupanti casi di insubordinazione e viltà al fronte, diserzione e renitenza, che sfociano nella disfatta di Caporetto.

Scende in campo anche la Polizia: nelle città e nei maggiori centri urbani, alle frontiere, negli scali marittimi e portuali, sui treni e nelle stazioni ferroviarie, nei locali pubblici capaci investigatori operano minuziosi controlli agli uomini in età di leva per stanare i ricercati dai Tribunali militari.

Il governo accerta che abigeato, mercato clandestino di bestiame e diserzione appartengono allo stesso circuito criminoso. Orlando invia mille squadriglieri tra poliziotti e carabinieri agli ordini del questore Augusto Battioni, direttore dell’Ufficio Centrale Abigeato Palermo.

 

 

 

Una vicenda praticamente dimenticata, scritta con estenuanti battute e ricerche a cavallo degli uomini di legge a caccia di ladri di bestiame e macelli clandestini, di veterinari al soldo della mafia e di ingentissime partite di carne senza controlli sanitari, spedite al fronte per il rancio dei combattenti, che odora di sfibranti galoppate, polvere e sudore, revolver e doppiette, scontri a fuoco. Come nei migliori film western, con morti, feriti, catturati e fucilati.

 

 

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Caporetto e il Centenario della Prima Guerra Mondiale

Redazione

19 Novembre 2018

Battaglia di Caporetto: PrimaGuerra Mondiale -Si può davvero parlare di disfatta?-

Il 24 ottobre 1917, dopo un bombardamento tambureggiante durato tutta la notte, gli austro-tedeschi attaccarono al mattino sfondando il fronte italiano della II armata a Plezzo e a Tolmino, grazie anche all’impiego dei gas asfissianti; da qui risalirono la valle dell’Isonzo fino a Caporetto senza praticamente incontrare resistenza.

Contemporaneamente, dopo aver risalito la dorsale del vecchio confine sul Kolovrat, conquistarono il Matajur il 26 ottobre e sciamarono nelle Valli del Natisone ed imboccarono la Val Resia con le truppe operanti da Plezzo.

Ogni valoroso tentativo di fermare gli attacchi fu vano ed il 27 ottobre gli austro-tedeschi entrarono a Cividale e poi dilagarono nella pianura friulana. La battaglia di Caporetto era al suo culmine!

Per salvare il salvabile, il generale Cadorna, personaggio chiave della Prima Guerra Mondiale, ordinò la ritirata delle proprie truppe prima sul Tagliamento e poi sul Piave, costringendo i soldati italiani ad abbandonare la Bainsizza e il Carso per mettersi in salvo oltre il fiume Piave.

 

 

 

Con l’arrivo degli austro-tedeschi nella pianura friulana e con la perdita di Udine, il 28 ottobre 1917, anche le truppe operanti in Carnia, sulle Dolomiti e sulle montagne trentine fino in Valsugana furono costrette a ripiegare su una nuova linea di resistenza arretrando fino a Valstagna, sul Massiccio del Monte Grappa e lungo il Piave.

All’esercito in ritirata in disordine si aggiunse una massa enorme di profughi che abbandonarono le proprie casa intasando le strade della ritirata verso il Tagliamento ed il Piave.

Qualcuno, però, riuscì eroicamente a rallentare l’avanzata dell’Esercito austro-tedesco: ricordiamo la cavalleria italiana a Pozzuolo del Friuli, il giovane mitragliere che a Sella di Canebola si oppose alle forze nemiche, i soldati della Battaglia della Lavia e il sergente mitragliere Angiolo Zampini, sacrificatosi per salvare la popolazione civile non ancora sfollata.

Noi abbiamo deciso di ricordare di questi giovani combattenti e dar loro merito e riconoscimento in una collana di libri dal titolo“Oscuri Eroi”. Ed è in loro onore che non ci sentiamo di parlare in termini di “disfatta” o “sconfitta”di Caporetto ma la vogliamo ricordare come una battaglia in cui nessuno si è mai veramente arreso al nemico.

Continuando la nostra ricerca, abbiamo deciso anche di pubblicare i Diari Parrocchiali che ci riportano la memoria storica e la narrazione di questo dramma collettivo e che, grazie ad un quotidiano aggiornamento, documentano la tragedia vissuta dalla popolazione friulana.

(Ringraziamento a Guido Aviani Fulvio e Santo Montalto per le parole “prese in prestito”…)

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