Il vero significato della memoria storica

Flavio Fiorentin

L’autore  è nato a Verteneglio(provincia di Pola)nella casa materna ,ma appartiene a famiglia “bòdola” cioè da sempre presente nella città di Veglia sull’isola dalmata omonima. Egli, da ultimo, è profugo(9.IX.1945) dalla città di Fiume da lui lasciata a nove anni. Le riferite “radici” personali dell’autore lo qualificano particolarmente a raccogliere e tramandare a futura memoria la storia delle popolazioni della sponda orientale adriatica nell’arco temporale dal 1797 al 1918, inquadrandola in quella d’Italia e d’Europa.      
1 Febbraio 2019

Oggi vogliamo conoscere meglio Flavio Fiorentin, autore de

“L’eredità del leone. Dal Trattato di Campoformio (1797) alla Prima Guerra Mondiale (1918)”

 

Consideriamo doveroso un approfondimento con questo autore che può aiutarci a capire cosa significhi essere profugo. Flavio Fiorentin può raccontarci le ragioni, storiche e personali, che lo hanno portato a scrivere questo importante libro.

 

Dott. Fiorentin, come è stata la Sua infanzia prima di diventare “profugo in Patria”?

 

Fino alla 1a elementare la mia infanzia si è svolta a Villa del Nevoso , un bel paese del Carso. Quel periodo(1935-1940) fu particolarmente felice e divertente.  Ricordo  una mia evasione dall’asilo conclusasi sulla piazza del paese ove amici di famiglia mi trovarono mentre ero impegnato a dirigere lo scarso traffico.(come avevo visto fare alla guardia comunale)  Ma, in generale, tutti i pomeriggi il branco di amici si riuniva tra le cataste di legname della locale segheria ove si organizzavano battaglie del genere praticato dai “ragazzi della via Paal”.

 

Dopo il 1943 Fiume si trovò sulla rotta Brindisi-Vienna-Berlino. Allora la vita divenne per me avventurosa sotto frequenti bombardamenti, ore passate nei rifugi, soste davanti alle case centrate dalle bombe. La mia vita era stata anche allietata dalla chiusura delle scuole, requisite e trasformate in caserme.

Si seguivano le lezione trasmesse dalla locale stazione radio e si facevano i compiti assegnati senza troppa ansia.

Insomma per me una pacchia.

 

Si può dire che la Sua infanzia sia stata felice, almeno fino ad un certo punto…

 

Nella mia infanzia il ricordo più felice riguarda le vacanze di Natale quando dall’isola di Veglia arrivavano a casa nostra per una quindicina di giorni mia nonna paterna Marietta e zia Pierina, la sorella minore di papà. Arrivavano stracariche di cestini di croccante riempite di frittole.  Il compito principale delle due gradite ospiti era quello di intrattenere dopocena la famiglia in giochi natalizi,dalla tombola,al pampalugo, al monopoli, ecc.

 

Il ricordo più triste é stato il giorno 10 maggio 1945 quando mio padre non tornò a pranzo. Sapemmo in serata che era stato arrestato. Nei giorni seguenti dalla piazza sottostante lo potemmo scorgere oltre le inferiate di un alto finestrino del carcere e parlargli a motti. Nel frattempo mamma rimasta senza alcun stipendio ad attendere il rilascio di papà. Manteneva la famiglia vendendo i servizi di piatti e bicchieri o il proprio corredo alle contadine dei dintorni in cambio di generi alimentari. Contemporaneamente organizzava con qualche ritocco a documenti di dubbia origine il passaggio della”cortina di ferro“, avventura che meriterebbe da sola un capitolo di romanzo.

 

Ecco la mia infanzia! Essa terminò a 9 anni con la nostra fuga da Fiume e con l’assunzione della qualifica di “profugo” in Patria.

 

 

Perché scrivere il libro?  Cosa spera che si colga tra le righe di ciò che ha scritto?

 

 

 

E’ abbastanza evidente come sussista a tutt’oggi una diffusa mancanza di conoscenza della storia delle popolazioni della sponda orientale dell’Adriatico (ma anche del Triveneto). Esiste una  reticenza o disinformazione al riguardo da parte di alcuni storiografi e di Organi ufficiali dello Stato. Ciò  mi ha convinto dell’ esigenza morale ed importanza che chi sa qualcosa lo faccia conoscere al grande pubblico e non si  limiti a rimuginare i propri dolorosi ricordi senza alcuna utilità pratica.

 

La non verde età mi ha spinto, due anni fa, a non rinviare ulteriormente l’adempimento a tale dovere. La necessità morale di provvedere a tale compito era però già nata fin da ragazzo con l’ arrivo in Italia, conversando con i compagni di classe, gli amici ed i conoscenti, forse curiosi ma generalmente non informati.

 

…e così si è “imbarcato” in questa avventura…

 

La mia fatica  si è proposta di dimostrare ai lettori  che il Triveneto e la sponda orientale adriatica era un tutt’uno, di chiara origine latina e italiana e comunque non slava italianizzata. Volevo altresì far capire che il compiersi dell’unità d’Italia nel 1918 fu un sostanziale “ritorno” più che un’ annessione e che con tale completamento d’Italia il Fascismo nulla ha avuto a che fare.

 

Si tratta di una “rivisitazione” di un periodo storico non frequentemente trattato e trascurato o travisato nel mondo della scuola. Ma essa, se fatta con un minimo di attenzione, comporta il riesame di fatti caduti nell’oblio e di alcuni fatti obiettivi noti. – ma volutamente ignorati o colpevolmente occultati all’opinione pubblica-

 

Spero che i lettori colgano anzitutto la mia buona fede nel proporre fatti pacifici e noti, ma raccolti secondo un filo logico e cronologico per la miglior comprensione e comodità del lettore.

 

La parte del libro che é stata più facile da scrivere  é quella che ho potuto apprendere dalla viva voce dei miei nonni e dei miei genitori e quella, molto più limitata, di diretta conoscenza.

 

Mi sembra che il risultato raggiunto,con mia soddisfazione, possa considerarsi un contributo modesto ma  utile al diradamento della “nebbia” fino ad ora imperante sull’arco temporale trattato.

 

Grazie Dott. Fiorentin e a voi tutti: BUON LETTURA!

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Grande Guerra: quello che ancora non sapete

Giulio Quintavalli

Autore di Da sbirro a investigatore – Polizia e investigazione dall’Italia liberale alla Grande Guerra Scopritelo in questo video
4 Gennaio 2019

Spionaggio, investigazione e mafia ai tempi della Grande Guerra

L’impegno della Polizia durante la prima guerra mondiale non è ancora stato adeguatamente approfondito. Una “dimenticanza” dovuta, anche, alla natura della propria azione, prestata dietro le trincee e lontana dai campi di battaglia, e da una storiografia per anni poco sensibile al fronte interno.

 

Obiettivo e nemici dei poliziotti?

 

Per il Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando i funzionari e gli agenti di polizia  devono «salvaguardare le spalle dell’esercito» contro le forze interne ed esterne anche solo potenzialmente nocive la conduzione della guerra.

Si tratta di forze che stanno minando la regolarità degli approvvigionamenti per l’esercito combattente e i flussi dei coscritti, l’economia di guerra, la coesione nazionale, lo spirito pubblico.

Desta viva preoccupazione l’ondata di inspiegabili incidenti (attentati?) che riducono in cenere due corazzate ancorate nelle acque portuali. (convogli ferroviari di materiale per l’esercito).

Per la Polizia non solo suggestioni e voce pubblica, ma è il nemico interno, lo spionaggio austro-tedesco. Come una serpe maligna si sta annidando nei centri di comando, intercetta le comunicazioni militari, drena informazioni e notizie di carattere militare fin da poter operare efficaci contromisure alle nostre operazioni al fronte.

 

L’ufficio Centrale di investigazione

 

L’Evidenzbureau  sta distendendo una fitta rete di abilissime spie nemiche che, con ingenti risorse economiche, stanno assoldando traditori, sabotatori, fiancheggiatori.. Tra loro, affascinanti donne “amiche” di ufficiali in servizio nei centri di comando dell’esercito, o di personalità dei palazzi di potere.

Contro l’Evidenzbureau Orlando scaglia l’Ufficio Centrale di investigazione. E’unorganismo di intelligence capitanato dal questore Giovanni Gasti, un vero acchiappaspie con abilissimi detective, armati di pistola, placca, catenelle di sicurezza e professionalità. E’ il lato investigativo della Grande Guerra.

 

La retorica della guerra si  infrange sulle quattro Battaglie dell’Isonzo e sul Monte San Michele. Nonostante le stringenti maglie della censura (postale, telegrafica, telefonica…), sia tra la popolazione sia tra i militari inizia a serpeggiare una crescente inquietudine. Si trasforma nei primi preoccupanti casi di insubordinazione e viltà al fronte, diserzione e renitenza, che sfociano nella disfatta di Caporetto.

Scende in campo anche la Polizia. Nelle città alle frontiere, negli scali marittimi e portuali, sui treni e nei locali pubblici capaci investigatori operano minuziosi controlli agli uomini in età di leva per stanare i ricercati dai Tribunali militari.

Il governo accerta che abigeato, mercato clandestino di bestiame e diserzione appartengono allo stesso circuito criminoso.

Orlando invia mille squadriglieri tra poliziotti e carabinieri agli ordini del questore Augusto Battioni, direttore dell’Ufficio Centrale Abigeato Palermo.

 

 

 

Una vicenda praticamente dimenticata. Fu scritta con estenuanti battute e ricerche a cavallo degli uomini di legge a caccia di ladri di bestiame e macelli clandestini. Non solo, anche di veterinari al soldo della mafia e di ingentissime partite di carne senza controlli sanitari, spedite al fronte per il rancio dei combattenti.  Sfibranti galoppate, polvere e sudore, revolver e doppiette, scontri a fuoco. Come nei migliori film western, con morti, feriti, catturati e fucilati.

 

 

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