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25 aprile: LIBERAZIONE dal dogma

Enrico Bonessa

   
16 Aprile 2019

Allorché il tempo venne organizzato dagli uomini attraverso i calendari, lo scorrere degli anni è stato scandito dalle più svariate date simboliche e celebrative. Dapprima sacre e legate essenzialmente ai cicli della Natura, poi sempre più profane e ideologizzate, passando attraverso quelle liturgiche e religiose.

E se quelle legate alla sacralità erano espressione di una visione universalistica della realtà, quelle profane sorgono di tanto in tanto per rinnovare all’infinito un fatto giudicato significativo per una specifica comunità umana, piccola o grande che sia.

Il 25 aprile, giorno di San Marco e perciò assai caro a quella straordinaria entità plurisecolare ch’era la Repubblica di Venezia, nel 1945 assurse per l’odierna Repubblica italiana a ben altra celebrazione.

La conclusione d’una guerra civile durata circa 600 giorni e iniziata da un re che, rovesciando le alleanze belliche, trascinò il Bel Paese in una lotta fratricida risoltasi ufficialmente con la vittoria di un’eterogenea compagine politico-militare di 60-80.000 partigiani (gli anti-fascisti) nei confronti di almeno 570.000 sostenitori d’una specifica idea d’Italia (i fascisti).

I vincitori:

Azionisti, militari monarchici, liberali, ma pure quei socialisti e comunisti che a cavallo del 1920 preferivano non troppo pacificamente la bandiera rossa al Tricolore, guardando speranzosi alla Russia bolscevica. Così come v’erano quei popolari che fino a vent’anni prima sventolavano con una certa intemperanza la bandiera bianca, inneggiando non all’Italia ma al papa re.

In parte alleati cogli ex nemici anglo americani (i cui bombardamenti aerei costarono la vita a 65-80.000 civili italiani) e in parte coi comunisti jugoslavi (che trucidarono almeno 8.000 italiani, di cui circa la metà civili) strizzando l’occhio a Stalin. Non dimentichiamoci poi degli alleati francesi, le cui truppe maghrebine inflissero fino a 60.000 violenze e stupri noti come marocchinate, e che avanzavano da Sud parimenti alle truppe rimaste fedeli al re, formate da 150-190.000 uomini oramai dimenticati.

Visto che si è accennato alle vittime civili, non possiamo ignorare gli oltre 9.000 fascisti, veri o presunti, ammazzati dai comunisti a guerra finita.

I vinti:

I fascisti, e spesso semplicemente patrioti, ancora fedeli all’originaria alleanza con la Germania e da essa ideologicamente distinti e distanti, benché una certa propaganda abbia fuso gli uni e l’altra in un improbabile ‘nazifascismo’.

Una Germania le cui dure rappresaglie causarono la morte di 10.000 civili italiani oltre a 10.000 morti per deportazione. A tal proposito, non è un mistero che il cinico scopo della componente comunista era proprio di scatenare le rappresaglie (previste dal diritto bellico) per infondere nella popolazione l’odio verso le truppe germaniche. Rappresaglie naturalmente evitabili se i responsabili fossero usciti allo scoperto rispondendo personalmente delle loro azioni, come invece dovette ad esempio fare al loro posto uno straordinario eroe quale il Carabiniere Salvo D’Acquisto.

E gli altri…

Se ai combattenti non responsabili di violenze sui civili va riconosciuto il coraggio d’aver messo a repentaglio la vita per i propri ideali, intorno ad essi brulicava una massa d’individui che nulla fecero né rischiarono. Quelli che lo stesso Gramsci avrebbe definito sprezzantemente ‘gli indifferenti’ e ai quali premeva aver salva la pelle.

Fra essi, molti uomini con precedenti esperienze politiche e poi iscrittisi al PNF, ottenendo spesso cariche e onori, tenutisi ben alla larga dagli eventi bellici per ricomparire però da vincitori a guerra conclusa, assurgendo al rango di personalità per lo più democristiane e che una certa agiografia descrive immacolati da compromessi col passato regime. O magari zelanti sostenitori del fascismo, firmatari del Manifesto della razza, prudentemente espatriati durante la guerra per poi figurare tra i deputati DC alla Costituente (ci riferiamo ad Amintore Fanfani).

Lettera informativa inviata dalla Questura al Prefetto di Udine su Tiziano Tessitori, che venne indicato dall’Unione Fascista Professionisti e Artisti di Udine al Ministero per la Stampa e la Propaganda come uno dei 12 propagandisti della provincia in caso di mobilitazione – 29.10.1936 (ASUd- Prefettura di Udine – Gabinetto – b. 15, fasc. 60, c. 136)

A quella lista sarebbero da aggiungere i nomi di molti trasformisti e non parliamo di giovani tipo Nilde Iotti, Dario Fo o Giovanni Spadolini, beneficiari di tutte le attenuanti anagrafiche del caso, ma di soggetti più o meno maturi. E talvolta pure celebri, come Norberto Bobbio, il quale in un’intervista disse candidamente che fu «fascista tra i fascisti e antifascista tra gli antifascisti». Destini e fortune ben diversi rispetto a quelli di uomini come Nicola Bombacci…

Malgrado le idee disomogenee e incompatibili, i vincitori (veri e sedicenti) riuscirono a realizzare fondamentali compromessi: la Costituzione repubblicana e la consacrazione del dogma anti-fascista quale sigillo di una nuova era.

Dogma che dal 1968 venne però sostanzialmente avocato a sé dalla componente comunista, ispirata a un’ideologia che per realizzare il suo utopistico concetto di libertà ha offerto al genere umano il più immenso cimitero di vittime sacrificali. E i cui sostenitori ne mistificano ancor oggi il vero volto, fino a mascherarlo con rubiconde e sorridenti facciotte di partigiane jugoslave agghindate con la famigerata titovka.

Essi ne enfatizzarono velenosamente la retorica appropriandosi dei suoi simboli come il 25 aprile, divenuto il punto di partenza di un’azzerata e inamovibile storia italiana, demonizzando un nemico sconfitto ormai da decenni ma da ravvivare al bisogno come alibi di un’egemonia ideologica.

Ogni dogma, questo compreso, necessita di due categorie: il giusto e lo sbagliato, che conducono inesorabilmente a quelle di bene e di male, che essendo tali non devono essere poste in discussione. Quante voci gridarono infatti all’eresia quando, già negli anni Sessanta, qualche storico ignorò la scritta ‘vietato aprire’ impressa sulla scatola nera in cui era stato frettolosamente rinchiuso il fascismo (e con esso buona parte della precedente storia unitaria), iniziando a dipanare ciò che doveva essere invece mistificato o rimosso.

I fatti esposti con onestà intellettuale poterono così narrare un fascismo non più solo fatto di olio di ricino, cesarismo, lotta al dissenso, uniformi e parate, ma un fenomeno storico tutto italiano, articolato in varie fasi ed estremamente eterogeneo e complesso. Meritevole -malgrado errori e difetti- di un ben diverso giudizio sotto svariati profili e che molto spesso, lo si voglia o no, seppe ben interpretare l’anima italiana in molteplici suoi aspetti.

Sono trascorsi quasi tre quarti di secolo da quel 25 aprile 1945, ma qualcuno ci resta inchiodato per due motivi.

Il primo motivo è semplice: l’anti-fascismo soffre di una sudditanza e di una dipendenza assolute rispetto al fascismo, essendone infatti l’ombra, la proiezione negativa ed è solo grazie al fascismo se l’anti-fascismo può continuare a esistere. Tenere in vita, anzi rendere immortale quel nemico si rivela pertanto essenziale.

Un nemico, fra l’altro, non solo demonizzato ma del tutto sconosciuto perché il fallito tentativo di rimozione mnemonica nei riguardi del fascismo ha avuto un devastante effetto sullo stesso anti-fascismo, tanto che questo non sa più cosa stia combattendo e conseguentemente quale sia la propria, di identità.

Il secondo motivo ha invece dei risvolti psicanalitici. Il rapporto dell’anti-fascismo col fascismo è un vero disturbo narcisistico della personalità. Un disturbo che si rifà al mito greco di Narciso, il quale visse in un esasperante rapporto di odio-amore verso il potente padre Cesifo, dio dell’omonimo fiume, imitandolo in una competizione di crudeltà e respingendo sprezzantemente l’amore di chiunque per poi morire affogato, e solo, nell’adorazione di se stesso.

Chi è affetto da tale disturbo sfugge in maniera infantile a un padre dominante e idealizzato come un semi-dio, odiato ma interiorizzato e col quale competere sul piano della distruzione. Per di più egli vive in un’arrogante esaltazione di sé, nel solitario disprezzo verso tutti ch’egli giudica inferiori e sciocchi.

Ma in cosa si assomigliano l’anti-fascismo della guerra civile e quello odierno?

Per capirlo, chiediamo aiuto alla fantasia. Visto che van di moda i film tipo Sono tornato, varrebbe davvero la pena realizzarne uno analogo avente come protagonista un personaggio della stazza di Ferruccio Parri, decorato di tre Medaglie d’Argento al Valor Militare durante la Grande Guerra, o di Giuseppe Cordero di Montezemolo, capo della Resistenza romana e ufficiale monarchico ucciso alle Fosse Ardeatine.

(Giuseppe Cordero di Montezemolo)

 

Sarebbe curioso osservare il prescelto mentre sfila nel fracasso di quei pittoreschi cortei antifà di rasta, spinellati, hippies fuori tempo massimo, clandestini, che nell’annichilimento dell’estetica confondono l’eccesso di libertà con un’irresponsabile anarchia distruttiva, proponendo il vuoto assoluto.

Gli stessi che impediscono pedestremente e pedantemente agli altri di parlare e manifestare e che dalla violenza verbale non hanno scrupoli di passare a quella fisica, riuscendo sempre a figurare magicamente e piagnucolosamente come vittime.

Una psicosetta di matrice adolescenziale che pretende diritti senza doveri e benessere senza sacrificio, reclamando tutto dalla società senza però offrire nulla ad essa.

E che in un trionfo di esterofilia autodistruttiva preferisce l’inglese all’italiano e l’Europa all’Italia, l’immigrato straniero nullafacente all’emigrante italiano talentuoso, la shoah alle foibe, le adozioni omosessuali alla famiglia naturale, i sussidiati ai produttori, l’affarismo di certe ONG alle leggi, il disordine all’ordine, la bandiera arcobaleno al Tricolore.

Dopo un’edificante esperienza del genere, l’infelice protagonista di codesto surreale film potrebbe trascorrere un istruttivo pomeriggio fra i componenti di un’altra categoria.

Gli anti-fascisti da salotto, le cui eroiche azioni si circoscrivono a qualche asettica diretta televisiva, manifestando il loro pensieroso impegno civile con visi grevi e funerei.

Sedicenti partigiani moderni che lottano strenuamente coi polpastrelli, digitando qualche proclama online dal salotto di casa (ubicata preferibilmente negli States), anteponendo le loro rendite di posizione ad antichi valori di una comunità dalla quale distano anni luce e che (orrore!) qualcuno osa ancora chiamare fascisticamente ‘Patria’.

Degli intoccabili illuminati, che si pavoneggiano della loro olimpica posizione anti-fascista fra un cocktail e un party, magari dimostrando la loro altezzosa democraticità facendosi dare del ‘tu’ dal loro domestico ‘subsahariano’. Meglio se arrivato clandestinamente, perché fa ancora più chic.

Disseminati fra entrambe le categorie s’incontrerebbero quei presunti intellettuali, compiacenti giornalisti, membri di associazioni e di cooperative che godono d’una privilegiatissima condizione sociale, fondata su finanziamenti pubblici tanto più lauti quanto più alto è il livello di antipatriottismo ostentato.

Insomma, l’anti-fascismo che nella sua originaria e conflittuale eterogeneità era composto da decine di migliaia di combattenti, passato attraverso il conformismo di massa, il ‘vietato-vietare’ sessantottino, la partitocrazia e le manette di Tangentopoli, lo yacht di D’Alema e la mortadella europeista di Prodi, eccolo infine approdato a due categorie asserragliate in un avvelenato deserto ideologico.

Un deserto dal quale escono in rabbiose e inquisitorie spedizioni punitive per intromettersi in ogni aspetto della vita altrui, imponendo ciò che vogliono loro e proibendo ciò che gli altri desiderano per sé stessi.

E se non la spuntano per lo sfinimento del malcapitato di turno, ecco trascinare i più caparbi in qualche aula giudiziaria o al ludibrio mediatico grazie ai soliti quotidiani. Quelli sempre pronti a celebrare l’attore americano del momento erettosi a intellettuale di punta, o meglio da operetta, ignorando quale differenza passi fra Mussolini, Trump, Tarrant, Hitler, Putin, Pinochet, Salvini, Orbán, tutti messi in un unico stupefacente calderone bollato come ‘fascismo’.

In questo trionfo di retorica e di conflittualismo cronico, che tanto spaventa i silenti conformisti un po’ imbelli e un po’ bigotti, gli anti-fascisti celebrano la Liberazione negando però la libertà altrui, classificando psicoticamente ‘fascista’ tutto ciò che è sempre stato normale persino nella sessualità e nel lessico. Considerandosi portavoce d’una maggioranza fantasma che, a loro dire, bramerebbe privilegiare una microgalassia di minoranze, attuando quella che è giuridicamente definita ‘discriminazione alla rovescia’. Abusando dell’aggettivo ‘democratico’ ma aborrendo le scelte popolari. Pretendendo l’accettazione delle loro (anti) idee e riservando l’intolleranza verso le altre. Ergendosi a numi dell’anti-razzismo ma alimentando un grottesco auto-razzismo a discapito di tutti gli italiani che dovrebbero, non si sa bene perché, gongolare.

Ma non preoccupiamoci troppo. In tutta questa multicolore libertà, simbolizzata da un 25 aprile che non unisce ma lacera, c’è sicuramente un senso.

Quale sia, forse non lo sanno neppure molti dei suoi celebranti. Perché, come scrisse Goethe: “nessuno è più schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo”.

 

N.d.R Enrico Bonessa è anche autore di: “L’infinita polemica”

 

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